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Teatrionline > Blog > Monologo > Democracy in America
Monologo

Democracy in America

Redazione
Ultima modifica: 11 Maggio 2018 09:24
Redazione
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Foto di Guido Mencari
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Foto di Guido Mencari

Dall’11 al 13 maggio al Teatro Argentina Romeo Castellucci interroga Alexis de Tocqueville sulla “democrazia”, ovvero sulla possibilità o meno dell’uguaglianza, con la sua ultima creazione Democracy in America.

Liberamente ispirato al trattato di Alexis de Tocqueville, Democracy in America di Romeo Castellucci, regista tra i più acclamati d’Europa, ne coglie lo spirito profondo in una lettura sofisticata e non superficiale. In un’opera che è considerata uno dei testi fondamentali per la cultura politica dell’Occidente contemporaneo, lo scrittore descrive il nuovo modello di democrazia rappresentativa rintracciandone l’origine negli usi, nei costumi, nelle idee, nella coscienza collettiva delle colonie della vecchia Europa, ormai affrancate verso un futuro di rifondazione e libertà. Con questo spettacolo Romeo Castellucci, con la sua Societas, segue l’esempio di de Tocqueville e si pone nel tempo che precede la “Politica, e, recisa in profondità la radice greca, in ciò che viene prima della “nascita del teatro”, in quell’attimo d’indeterminazione in cui i piedi nudi calpestano ancora le ceneri tiepide della Festa ormai abbandonata dagli Dei, ma non vedono ancora l’inizio della Tragedia, creata dall’Uomo. Un lavoro che rintraccia una celebrazione dimenticata, un rito ancora senza nome, in cui il teatro rinnovi la sua funzione primaria: l’essere il necessario e oscuro doppio dell’agone politico e delle forme delle società della razza umana”. In scena un testo politico, interpretato da un cast interamente femminile, che pone l’America come specchio della democrazia moderna e più in generale dell’Occidente.

Democracy in America ruota attorno a due contadini puritani, Elizabeth e Nathaniel. La terra è la loro missione. Vogliono trasformare l’America nella nuova Terra Promessa. È una conquista compiuta non con le armi, ma con semi e aratro. Si affidano al Dio dell’Esodo che assicura “abbondanza materiale” per tutti. Ma l’abnegazione, guidata dalla legge di Mosè presa alla lettera, consegna “solo patate marce e disperazione. Qualcosa confligge nel rapporto individuale che la donna intrattiene con le Sacre Scritture, e la sua preghiera si trasforma in una pronuncia blasfema che perfora la divina natura della parola e invoca “Io sono” come il vuoto in cui riecheggia la sconvolgente epifania di una promessa mancata”. Il sogno americano, il sogno che come specie umana si ha nei confronti della terra, del destino, dello stare insieme, si infrange in una sconfitta che investe in pieno la sua rappresentazione.

Attraverso l’invenzione di questo nucleo drammatico, Romeo Castellucci penetra e incide, con una intuizione potente, le pagine scritte nel 1835 dal giovane aristocratico francese Alexis de Tocqueville dopo il lungo viaggio negli Stati Uniti d’America. Lo spettacolo affonda nelle pieghe di questo testo, facendo perno nel punto in cui il potenziale del nuovo modello di democrazia rappresentativa si incardina nelle pratiche di vita, nella concezione della terra, nella coscienza collettiva delle colonie fondate da comunità puritane emigrate per scelta dalla vecchia Europa con la volontà di gettare le basi di una fattiva uguaglianza di stampo biblico tra gli esseri umani. “Il nesso tra la matrice puritana e la fondazione della neonata istituzione politica americana è l’occasione per volgersi, con sguardo non conciliato, al dilemma dell’affrancamento dalla legge come apprendimento della libertà, alla manipolazione delle coscienze, alla forza muscolare dell’individualismo, al ruolo delle scelte del singolo per il contratto sociale che definisce diritti e regole della vita collettiva, senza che questi temi diventino mai discorsi diretti sulla democrazia. L’antico modello ateniese è qui solo un posticcio fregio di cartapesta, e la storia americana una sequenza didascalica di fatti e date che recano con sé una eco cruenta. Danze arcaiche e corali, il baratto di una bambina in una distesa palustre, un sabba che convoca la violenta strategia di controllo della caccia alle streghe, inquadrano vedute profonde, lontane, atmosferiche”.

In tutto lo spettacolo campeggia trasversalmente la principale istituzione umana che è la lingua, l’istituzione più originaria, quella che fa da modello a tutte le altre, lì dove si instaura il rapporto tra corpo, sapere e potere. Appare allora un intero archivio sonoro di eventi vocali di possessione, le glossolalie presenti nelle chiese pentecostali statunitensi, permutazioni e anagrammi di lettere, la lingua Ojibwe degli Indiani del Minnesota, testimone scomoda di sovversione e resistenza, che apre uno squarcio sui massacri dei nativi perpetrati in nome di Dio. Lontani dalla cronaca dell’attualità politica, Democracy in America è dunque un lavoro sulla lingua, sulla fede, sull’Antico Testamento, sull’ambigua relazione fra l’interesse collettivo e le ambizioni dell’individuo, ma anche sulla perdita dell’innocenza, “sul crollo di valori ritenuti inossidabili che mostrano il volto in ombra della democrazia americana, ritratto di un fiore cresciuto alla conquista delle sterminate praterie, un fiore permeato da un cuore di tenebra”.

——-

regia, scene, luci, costumi di Romeo Castellucci

testi di Claudia Castellucci e Romeo Castellucci

musica Scott Gibbons

con Olivia Corsini, Giulia Perelli, Gloria Dorliguzzo, Evelin Facchini, Stefania Tansini, Sophia Danae Vorvila

e con dodici danzatrici Donatella Ambrosio, Carola Amata, Erika Checchi, Dafni Crema,

Antonella Guglielmi, Rita Ines Grosso, Alessandra Diamanti, Mariacristina Paolini,

Roberta Ruggiero, Marie Corinne Soulabaille, Manuela Stefani, Cecilia Verdolini

coreografie liberamente ispirate alle tradizioni folkloriche di Albania, Grecia, Botswana, Inghilterra, Ungheria, Sardegna

con interventi coreografici di Evelin Facchini, Gloria Dorliguzzo, Stefania Tansini, Sophia Danae Vorvila

assistente alla regia Maria Vittoria Bellingeri – Maître répétiteur Evelin Facchini

sculture di scena, prosthesis e automazioni Istvan Zimmermann e Giovanna Amoroso

Produzione Societas

in coproduzione con deSingel International Artcampus; Wiener Festwochen; Festival Printemps des Comédiens à Montpellier;

National Taichung Theatre in Taichung, Taiwan; Holland Festival Amsterdam; Schaubühne-Berlin; MC93 – Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis à Bobigny con Festival d’Automne à Paris; Le Manège – Scène nationale de Maubeuge; Teatro Arriaga Antzokia de Bilbao; São Luiz Teatro Municipal, Lisbon; Peak Performances Montclair State University (NJ-USA)

con la partecipazione di Théâtre de Vidy-Lausanne and Athens and Epidaurus Festival

——-

TEATRO DI ROMA _ Teatro Argentina_ Largo di Torre Argentina, Roma

Biglietteria: tel. 06.684.000.311/314 _ www.teatrodiroma.net

Orari spettacolo: venerdì ore 21 _ sabato ore 19_ domenica ore 17

Biglietti: intero 40€ _ ridotto 12€

Ulderico Pesce in “Petrolio”
Elena Arvigo in “La metafisica della bellezza – Lettere dalle case chiuse”
Alessandra D’Ambrosio in “Scarti di paradiso”
Locke
Teatro Lo Spazio, Anna Cappelli

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