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Teatrionline > Blog > Commedia > Ranavuottoli (Le Sorellastre)
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Ranavuottoli (Le Sorellastre)

Antonella Parisi
Ultima modifica: 15 Aprile 2019 12:24
Antonella Parisi
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Ranavuottoli
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Ranavuottoli di Roberto Russo e Biagio Musella

con

Nunzia Schiano – Genoveffa

Biagio Musella – Anastasia

Pino L’Abbate – Idraulico

Personaggi in video:

Giovanni Esposito – Lo Specchio

Niko Mucci – Il Ciambellano

Claudia Puglia – Cenerentola

Sergio Assisi – Il Principe Azzurro e Carmen Pommella

Musiche: Niko Mucci e Luca Toller

Scene: Tonino Di Ronza

Costumi: Anna Zuccarini

Trucco e parrucco: Rossana Giugliano

Riprese video e Post-Produzione: Luca Cestari e Salvatore Martusciello

Effetti visivi e proiezioni: Rebel Alliance

VFX Producer: Fabrizio Dublino

Progetto Grafico: Salvatore Fiore

Aiuto regia: Pino L’Abbate

Regia: Lello Serao

Produzione Teatro Bellini in collaborazione con Teatri Associati di Napoli

————

Ranavuottoli Un brevissimo frammento-video irrompe nella sala con tutta la prepotente crudezza del primo piano. Tre culle, il pianto di neonati e un volto macroscopicamente beffardo con un biberon in mano che vezzeggiando si china su una culla mentre urla ed inveisce strattonando le altre due.

Signori: la diversità e la differenza sono di scena!

È solo un momento ma con la sua virulente pregnanza apre le porte di un mondo fiabesco ‘spiato’ nella sua dimensione più grigia, oscura ed ambiguamente inquietante. Polvere e ragnatele non ci sono o non si vedono, ma si sentono.

La scenografia di Tonino Di Ronza giusta, bella e suggestiva, soffocante come è giusto che sia in linea con la cifra stilistica dello spettacolo, nonostante le aperture all’esterno: un ipotetico balcone, una finestrella con grate illuminate dove si presume viva Cenerentola (che ovviamente è nominata più volte, anzi apostrofata con ingiurie che gonfiano con toni sempre più velenosi) e finalmente una porta da cui entrerà per ben due volte (il postino suona sempre due volte) l’idraulico non solo ad aggiustare i tubi rotti ma anche ad interpretare i sogni erotici di Anastasia con la sua prorompente mascolinità. Bravo Pino L’Abbate nel diversificare la scena interpretandola la prima volta con un accento romano e diventando nella seconda un siciliano recalcitrante ad assecondare Genoveffa nelle sue voglie goffamente nascoste.

Manieristici, strutturati nella rivisitazione rococò e sorprendenti con effetti fluo i costumi di Anna Zuccarini che contribuiscono alla diversificazione dei personaggi.

Due sorelle, che la favola ha sempre relegato ai margini del racconto, ne diventano qui assolute protagoniste intrecciando la trama di una storia pateticamente sofferta con la sprezzante invidia della felicità altrui, ma la malignità e la cattiveria le rendono sempre più brutte e sempre più cattive.

Scrivono gli autori: «Questo affresco capovolto è una fiaba nera sulla diversità, ma con una risposta secca: non si nasce brutti, lo si diventa come conseguenza di quanto di Brutto si vive o si è costretti a vivere; e la bruttezza diventa una forma di protesta nei confronti del mondo».

Dunque non si nasce cattivi, ma lo si diventa? Dipende da quanto amore viene mescolato al latte che sia materno o in polvere? Cosa ne direbbe J.J.Rousseau?

E se con un minuzioso lavoro introspettivo, seguendo un meticoloso percorso di autoconoscenza psicologico si potesse diventare più buoni, si diventerebbe automaticamente più belli? Nelle cliniche del benessere o nella chirurgia plastica la risposta potrebbe essere falsamente rassicurante ed allora?

Il teatro nella sua essenza più viva analizza al microscopio le particelle dell’anima che in tutte le sue sfumature grida aiuto, anche oggi, alla ricerca di una armoniosa convivenza con se stessi.

La solitudine è la vera protagonista della storia. Sono sole, anche se in due e la forzata coabitazione può diventare una gabbia di sofferenza e di intolleranza, ma alla fine è sempre una favola e Genoveffa in un moto di affetto malcelato dirà ad Anastasia: “Ti ho scelto io” rivelando un fondo di amorevolezza nel suo cuore rinsecchito al contrario del corpo ben allargato come automatica reazione ad ogni schiaffo ricevuto dal suo orgoglio.

«Il pubblico – afferma il regista Lello Serao – avvertirà da subito di essere entrato in un mondo rovesciato e magico, in cui Genoveffa si confonde con gli oggetti della casa e con aspirazioni da master chef, mentre Anastasia, alla perenne ricerca del principe azzurro, non percepisce la sua solitudine».

Bravi gli interpreti, con mestiere affinato dall’esperienza rendono simpatiche queste due perfide sorellastre che consapevolmente esercitano la cattiveria quasi a perfezionare un progetto malevolo tendente a godere dell’infelicità della tanto amata, dagli altri, Cenerentola. Tanto che sembrerebbe finito dopo solo un mese l’agognato matrimonio con il principe azzurro. Quindi anche il famoso “… e vissero felici e contenti” cambia bruscamente direzione e tutto piomba nella realtà più cruda.

Bella nella sua bruttezza di personaggio, la solida Genoveffa che già nel nome subisce il suo destino, è interpretata da una straordinaria Nunzia Schiano, convincente e disinvolta sin dal primo effetto di scena. Il suo movimento delle braccia attira l’attenzione del pubblico che la segue divertito e partecipe fino all’ultima risata. Una cortina opaca, il velatino delimita la quarta parete e si abbassa soltanto nel momento catartico in cui Anastasia sembra svegliarsi dal suo ipnotico sogno per far riaffiorare barlumi di verità. Ma è soltanto un attimo. Travolgente, simpatica, effervescente l’interpretazione di Anastasia nei cui costumi si è ben calato Biagio Musella.

La tecnologia permette effetti sorprendenti con filmati quasi tridimensionali.

Un Sergio Assisi come non lo avete mai visto regala un ‘cameo’ divertentissimo: magicamente appare in un vortice di fumo bianco sprizzando scintille nella casa grigia e spenta. Immagine enorme, gigantesca, alta da toccare il soffitto del teatro questo Principe Azzurro si muove e si agita raccontando al pubblico le sue piccole manie e confessando di essere un po’ feticista. Fulmineamente scompare così come era apparso.

Il Ciambellano a cui presta il volto e la voce Niko Mucci racconta le fasi salienti della favola (annuncio del ballo, fuga della fanciulla, misurazione della scarpetta ecc.) apparendo anch’egli in un gigantesco primo piano che ne evidenzia espressioni ed ammiccamenti.

Citazioni ed omaggi alle altre favole (gli stivali del gatto, la mela di Biancaneve) e lo specchio protagonista con Genoveffa di una vivacissima sfida delle ingiurie con proverbi e parolacce in un vernacolo antichizzato e quasi incomprensibile che chiaramente rimanda alla famosissima ‘Gatta Cenerentola’ del maestro Roberto De Simone, anche se riportata in un contemporaneo tecnologico cartellone segnapunti, che appare a dividere il pubblico dalla scena.

Il dialetto napoletano per quanto affascinante e musicale risulta incomprensibile in molte delle sue espressioni, ciononostante lo spettacolo è godibilissimo e coinvolgente.

Appare evidente il marchio della creatività napoletana con tutta la sua tradizione che sa costantemente rinnovarsi.

Applausi convinti.

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