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Teatrionline > Blog > Catanzaro > Ira festival, buona la prima
CatanzaroEvento

Ira festival, buona la prima

Vito Fabio
Ultima modifica: 15 Settembre 2025 12:52
Vito Fabio
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Le arti performative dalla Calabria al mondo; a Soverato danza, teatro e performance sperimentali con 32 spettacoli, 60 artisti e 19 compagnie provenienti da tutto il pianeta

Alcune immagini di Angelo Maggio tratte da uno degli spettacoli di Ira festival a Soverato

Trentadue spettacoli, 60 artisti, 19 Compagnie da tutto il mondo, 35 programmatori e
operatori culturali provenienti da 3 diversi continenti: sono solo alcuni dei numeri legati alla prima edizione di IRA, il Festival delle arti performative da poco conclusosi a Soverato (Cz).
Prime nazionali, coproduzioni, ma soprattutto la nascita di un ecosistema artistico e culturale visionario, laborioso, comunitario. Nei giorni scorsi Soverato è diventata capitale della performance internazionale ma, soprattutto, si è animata di nuova vita grazie ad una comunità creativa e collaborativa, che ha unito alla sperimentazione artistica la scoperta del territorio. Molti dei performers coinvolti sono, infatti, stati ospiti di residenze artistiche, cogliendo così l’opportunità di studiare gli aspetti etnografici del territorio, le
tradizioni folkloriche e popolari, usi e costumi di borghi antichi dell’entroterra Calabrese, ambiente e natura a tratti incontaminata della costa, e di tradurli in nuovi linguaggi performativi, dalla danza al teatro, dalle scene ai costumi.

Come non pensare a Dalila Belaza, danzatrice e coreografa di origine algerina basata in Francia, che in
Calabria ha trovato ispirazione per un nuovo processo creativo che renderà pubblico nel 2026, una ricerca
su ciò che accomuna i territori e connette l’umanità a partire da tradizioni autentiche (tra queste, ad
esempio, le antiche danze popolari in cerchio, la “rota”, che Belaza ha scoperto a Conflenti).
O Némo Flouret, in Calabria un mese per Derniers Feux, un’indagine sulle emozioni antecedenti e
conseguenti i fuochi d’artificio, traendo spunto dalle immagini della nostra coscienza collettiva, tra lettere,
colori, bandiere, squilli di tromba molto vicini a quelli delle processioni religiose popolari.

E Francesco Marilungo, con la sua acclamata prima nazionale di “Cani Lunari”, che ha suscitato alto
interesse nella critica nazionale: la restituzione di uno studio sull’immaginario femminile arcaico e i saperi
magici. In scena, tra rituale e gioco teatrale, le Magare e le loro antiche magarìe: riti che Marilungo ha
indagato a fondo tra simbologia, antichi canti e litanie (resi in scena, questi ultimi, da Vera di Lecce), danze
circolari e zoppìe.

O ancora, Ant Hampton, che col territorio ha instaurato un rapporto così profondo da riproporre, in
chiusura di Festival, una performance onirica animata da cavalli e fantini, auto d’epoca, col tappeto
musicale del locale coro popolare. Performance uniche nel proprio genere, anche per i luoghi di
ambientazione: tra gli occhi estremamente curiosi delle suore dell’Istituto Maria Ausiliatrice, il “viaggio
psichedelico” di Baptiste Cazaux in “That’s Twisted”, nelle palestre a cielo aperto dell’Istituto Salesiano Don
Bosco, il whipcracking (letteralmente: schiocco di frusta) di Roberta Racis, in un turbinoso dialogo corporeo
con la sua frusta. E ancora, il progetto “Frankenstein (History of Hate) di Motus in cui il rifiuto, l’odio per
una creatura che si percepisce inevitabilmente socialmente malvoluta, si traduce in corpo e linguaggio
teatrale. E quel corpo, dolorosamente, annega nei nostri mari.

Davvero impossibile riassumere giornate intense di incontri, studi, dialoghi, performance, coincidenze (ad
esempio l’eclissi lunare), corpi, voci, lingue, condivisioni. Queste ultime, facilitate anche dalle innovative
formule di “Pitch & drink”, i talk-aperitivi informali moderati da Gaia Clotilde Chernetich finalizzati a creare
un dialogo reale tra artisti e professionisti ed esplorare processi creativi e produttivi valutando potenziali
collaborazioni.

Nella mente degli ideatori, Settimio Pisano e Pietro Monteverdi tutto era chiaro e tutto si è compiuto per
come progettato: non un semplice Festival, ma la germinazione di una community legata da valori,
interessi, ricerche e produzioni condivisi.

“IRA è un progetto per portare un po’ di mondo ed Europa in Calabria e viceversa – ha affermato a
conclusione del Festival Settimio Pisano – IRA è volutamente un Istituto, perché pensiamo che le forme
d’arte che ospitiamo debbano essere considerate istituzionali.

Per me l’istituzione non è più quello che di solito in Italia e Calabria è considerato come tale, bisognerebbe pensare che alcune forme d’arte
“istituzionali” hanno sì una loro legittimità ma sono legate al passato: questo è il presente e il futuro. IRA è
un progetto per promuovere la professionalità italiana all’estero: le persone qui pervenute sono megafoni
per i loro Paesi, rappresentano a mio avviso una concreta forma di promozione del nostro territorio. Avere
inoltre tutti questi professionisti in un luogo del genere è iniziare anche un’opera di contaminazione dei
nostri luoghi, e la mia impressione è che si possa costruire. Credo inoltre che il pubblico abbia percepito e
apprezzato la sensazione di essere parte attiva di un processo, di un laboratorio: questa è una cosa molto
bella e non così scontata. In genere si paga un biglietto per andare a vedere un lavoro finito, coinvolgendo
invece il pubblico nell’elaborazione di performance e spettacoli non ancora ultimati stiamo provando a
instaurare anche dei processi culturali e sociali. C’è da lavorare e da investire, ma l’affetto e la stima di
questa comunità internazionale e locale ci sta senz’altro dando modo di voler proseguire”.

“Alcune cose, accadute in questi giorni, già ce le aspettavamo ma altre no. Ci aspettavamo l’incontro con la
comunità internazionale, ma resto molto sorpreso dal successo sul territorio, un territorio non abituato a
fruire di questo tipo di festival. – ha commentato Pietro Monteverdi – Rispetto ad anni e anni fa, i cui ho
iniziato con queste attività, ho incontrato un territorio aperto, con tanta voglia di vedere, scoprire,
accogliere. Mi sento molto rincuorato aver subito questo grandissimo riscontro, inaspettato. Siamo a lavoro
per un’offerta organizzata annuale, che poi culminerà col festival. Siamo in fase preparatoria di laboratori,
residenze, attività che vadano incontro alle persone nello spazio pubblico. Non è più tempo di andare a
chiuderci nelle torri d’avorio. La cultura è per tutti e deve essere fruita da tutti, in ogni maniera possibile”.

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