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Opera

La Traviata delle giovani promesse

Nicola Bano
Ultima modifica: 4 Gennaio 2016 13:55
Nicola Bano
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fotoDramma per musica in tre atti

Libretto di Francesco Maria Piave

Musica di Giuseppe Verdi

****

Personaggi e interpreti:

Violetta Valery: Maria Katzarava

Alfredo Germont: Paolo Fanale

Giorgio Germont: Franco Vassallo

Gastone, Visconte de Letorières: Rodrigo Trosino

Flora Bervoix: Alice Marini

Barone Douphol: William Corrò

Marchese d’Obigny: Matteo Ferrara

Dottor Grenvil: Gianluca Lentini

Giuseppe: Antonio Vitali

Un domestico di Flora: Mirko Quarello

Annina: Giovanna Donadini

****

Maestro concertatore e direttore d’orchestra: Eduardo Strausser

Coreografie: Nicoletta Cabassi

Regia, scene, costumi e luci: Paolo Giani Dei

****

Orchestra Regionale Filarmonia Veneta

Coro LI.VE diretto dal Maestro Dino Zambello

Nuovo allestimento del Comune di Padova

———-

Sempre lui, Giuseppe Verdi, ma un’opera completamente diversa: certo, sicuramente più economica, eppure altrettanto difficile da mettere in scena, non già dal punto di vista scenografico, naturalmente, ma piuttosto per quello che rappresenta e perché, come tutte le cose semplici, richiede esibizione di maggior bravura, non potendo mascherare eventuali pecche, come spesso si fa con i fasti scenografici e coreografici dell’antico Egitto di Aida.

A causa dei continui tagli da parte del Ministero (così recita il comunicato del teatro) viene quindi allestita, al posto della prevista Aida, questa Traviata che, forse proprio per questo cambio in corsa, nasce bene solo a metà, fermandosi nel limbo delle buone idee non completamente compiute, puntando tutto su due giovani promesse che però, purtroppo, non superano brillantemente la prova.

Regia, costumi e luci sono affidati a Paolo Giani Cei, che impernia tutta la sua costruzione sul rapporto tra l’interiorità e il personaggio pubblico di Violetta, per mezzo di una scena rotante, che mostra da un lato l’interno di un ambiente simile ad un club moderno, con tanto di bar e camerieri, e dall’altro la camera di violetta, elegantemente rivestita da una preziosa carta da parati, ma allo stesso tempo spoglia, con solo un letto a voler rappresentare, forse, la solitudine del personaggio (o il suo bisogno di amore?). Al centro della stanza svetta un mazzo di palloncini rossi.

Nel secondo atto la scena viene coperta da teli bianchi, probabilmente più per esigenze sceniche che per evocare qualche tipo di simbologia o paesaggio, mentre non si è capita la presenza costante di Annina, la quale, come un fantasma si aggirava tra suddetti teli.

L’intervallo viene misteriosamente fatto tra i due quadri del secondo atto, probabilmente per avere il tempo di rimuovere le tende, ma in questo caso il regista se la cava con uno stratagemma molto più interessante: fa suonare il preludio al terzo atto subito dopo l’applauso, mentre il coro e gli altri personaggi restano congelati sulla scena rotante in un Tableau Vivant attraverso il quale Violetta cammina stanca e sconsolata, come tra i fantasmi dei suoi anni passati.

Su quelle note leggere e struggenti scritte da Verdi si svolge infatti il vero dramma che anticipa la tragica morte di Violetta: l’abbandono, la solitudine, la malattia, la povertà, la fine dell’iperbole di quel personaggio così patetico, che si scontra con un destino inevitabile, nonostante i suoi tentativi di redenzione.

L’effetto di questa soluzione sarebbe stato sicuramente migliore se, proprio sul concertato che conclude il secondo atto, non fosse suonato l’allarme antincendio all’interno del teatro. Un falso allarme, fortunatamente, ma il suono fastidioso e la decisione del maestro di non interrompere l’esecuzione, hanno in qualche modo rovinato un momento così significativo.

Le coreografie di Nicoletta Cabassi ci restano di difficile interpretazione e non aggiungono molto, se non qualche seno nudo che ormai non fa davvero più scandalo.

Il giovane direttore brasiliano Eduardo Strausser, invece, ci regala una sinfonia iniziale meravigliosamente eseguita, ma non riesce a mantenere viva la stessa magia per tutta la durata dell’opera, esaltando forse troppo alcuni fraseggi e perdendo in alcuni momenti la sintonia tra buca e palcoscenico, specialmente nei cori.

Paolo Fanale, il trentatreenne tenore palermitano, balzato agli onori della cronaca per il video diventato virale in cui canta lo Stabat Mater di Rossini in t-shirt e tatuaggio bene in vista, assieme all’Orchestre de Paris, è un Alfredo con una presenza scenica dirompente. Ineccepibile per intonazione e interpretazione, manca però di potenza vocale e viene spesso sovrastato, soprattutto nei duetti e nelle scene corali, ma a tratti anche dall’orchestra. Il suo Alfredo, comunque, è interessante perché mostra magistralmente il ragazzo non ancora uomo, colto da profondi moti interiori: amore, odio, ma anche quella spavalderia vigliacca che è tipica degli amanti feriti così ben resa dalla partitura, mentre sul finale, ricongiunto per pochi minuti con Violetta, non accoglie l’amata morente tra le braccia, ma si copre il viso, mostrando impotenza, paura e sgomento. In questo sicuramente si è riconosciuta l’idea più interessante data dal regista.

Maria Katzarava, soprano messicano dalla folta chioma ispida e dallo sguardo di fuoco, nel ruolo principale di Violetta, non riesce ad affrontare la difficilissima partitura del primo atto, mostrando diverse incertezze e qualche piccolo errore, in particolare nei gorgheggi e nei passaggi di registro. Migliora poi nel secondo atto, per cadere in un’interpretazione eccessivamente esasperata della Violetta morente nel terzo, un eccesso che sfocia quasi nel grottesco mentre simula gli spasmi quasi a testa in giù.

Franco Vassallo è invece un Giorgio Germont che sembra non riuscire ad entrare davvero nel personaggio, o forse ci riesce talmente bene da essere genuinamente spaesato di fronte ai due giovani colleghi, che in scena hanno una presenza molto meno ingessata della sua. Dimostra una potenza vocale che copre purtroppo quella dei protagonisti, non è dato sapere se anche questo fosse intenzionale.

Nulla da eccepire per il resto del cast, che sembra forse più coeso, rispetto alle parti molto più impegnative dei protagonisti. Il coro, diretto dal Maestro Dino Zambello offre una performance all’altezza della situazione, anche se non particolarmente brillante. Nonostante tutto il pubblico padovano sembra aver sinceramente apprezzato l’esibizione: applausi scroscianti da un teatro completamente esaurito, in particolare per Katzarava e Vassallo.

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