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Prosa

Due lupi

Redazione
Ultima modifica: 14 Novembre 2011 14:50
Redazione
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Due lupi

liberamente tratto da Il grande quaderno di Agota Kristof
prima parte della Trilogia della Città di K.
copyright Editions du Seuil Paris

regia, coreografia e spazio
 Virgilio Sieni
con Luisa e Silvia Pasello
assistente coreografie Chelo Zoppi
realizzazione scene Leonardo Bonechi e Lorenzo Pazzagli
costumi Laura Dondoli
luci e fonica 
Giovanni Berti
elaborazione audio Matteo Ciardi
allestimento Stefano Franzoni
foto di scena Francesca Fravolini
direzione tecnica Sergio Zagaglia
organizzazione e produzione Angela Colucci

 

Due in uno. Molti in uno.

Un personaggio fisicamente doppio ma gestualmente e vocalmente uno, nè uomo nè donna, nè giovane nè vecchio, col volto interamente mascherato dietro uno scampolo di stoffa sgargiante a fiori ( le stoffe contadine, quelle della brava gente di campagna di una volta), emerge, come un bassorilievo che assuma lentamente, via via che incede, forma tridimensionale, dal grande drappo scuro che segna sul fondo della scena l’orizzonte degli eventi: il lupo umano, l’uomo inselvatichito dalla perdita di una comunità che era originariamente inscritta nella sua stessa natura avanza sulla scena.

Come il famoso Cristo velato della Cappella Sansevero di Napoli, il drappeggio che scivola lentamente dai corpi che avanzano sulla scena sembra accentuare, invece che coprire, la nudità di queste fattezze umane mentre l’incipit lugubre eppure struggente dello Stabat Mater di Antonin Dvorak ci fa consapevoli, nel sangue prima che nella coscienza, di quanto grande e importante fosse ciò che questi esseri umani diventati lupi hanno perso per strada.  .

Le frasi che le due interpreti ( le impareggiabili Luisa e Silvia Pasello) ripetono ebefrenicamente all’unisono, compiendo gli stessi gesti in modo giustapposto o  speculare, sono tratte da un testo narrativo, Il grande quaderno, prima parte della Trilogia della città di K. Di Agota Kristof.

Il testo di riferimento è la favola tetra di due bambini gemelli che la madre, per salvarli dalla guerra che imperversa in una non meglio precisata “Grande città”, porta in campagna, affidandoli, in mancanza di altre soluzioni, alla propria madre, una vecchia avara e grifagna che odia figlia e nipoti e che vive pressochè isolata in un paese vicino alla foresta, la cui piccola comunità si è ormai “allupata” nel degrado profondo prodotto nel suo corpo e nella sua anima dalla miseria e dalla guerra. Qui i due bambini, dotati di prodigiosa intelligenza imparano a sopravvivere menomandosi scientemente e con metodo di qualsiasi fragilità e di qualsiasi sentimento.

Nell’azione scenica ideata da Virgilio Sieni c’è però qualcos’altro, qualcosa in più, e il titolo stesso, forse vuole suggerirlo.

C’è, infatti, un’antica leggenda degli indiani Cherokee ( e Sieni cultore del grande Claude Lèvi-Strauss, certamente la conosce) in cui il nipotino chiede al nonno perchè gli uomini combattano e il nonno gli risponde che per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, perchè lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi che ogni uomo porta dentro di sé, quello che vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, egoismo, e quello che vive di pace, amore, speranza, generosità. – Quale dei due vince? – Chiede il bambino. – Quello che tu nutri di più – Risponde il nonno.

Così sulla scena tenebrosa e fumigante di nebbia su cui incombe il memento dello Stabat Mater (“de te fabula narratur”)  l’unisono vocale e gestuale delle due straordinarie interpreti, nella sua calibrata ebefrenia, sembra indicare, proprio in virtù dell’unisono che della dualità come contrapposizione  ormai non serba più traccia, che la parte peggiore ha avuto il sopravvento e sta prendendo completamente possesso della condizione umana, della sua “gettatezza” nel mondo, nella cui stessa origine si annida il seme di tenebra, l’ uovo di serpente della guerra, destinato, se non contrastato, ad avere la meglio come il carro armato che appare sin dall’inizio, anch’esso prima in ombra poi in bassorilievo dietro il drappo scuro, per poi venire trascinato in primo piano dagli stessi protagonisti mano a mano che l’azione procede.

Ad esso andranno il corteggiamento e le carezze dalle  “paesane” vestite a festa del secondo quadro (il grembiule di una di esse è fatto della stessa stoffa che copre i volti dei protagonisti nel primo quadro), l’aggressione e le maledizioni impotenti delle “vecchie” del terzo quadro, su di esso il percorso acrobatico in su e in giù dei “ragazzini” del quarto quadro che, prima di essere costretti a  separarsi per poter sopravvivere, vi si arrampicano portando tra le braccia, con lo scheletro del cervo, il simbolo di una natura e di una storia ormai del tutto spolpate di ogni traccia umana, anche di quella, unica a far piangere nel ricordo, delle “parole antiche” dell’amore della madre per i figli.

Tutto questo, mi sia concesso affermarlo con tutto il rispetto e l’mmirazione dovute al testo superbo della Kristof, è più che narrazione. E’ altro che narrazione. E’ espressione viva, pulsante nelle viscere stesse dello spettatore di una desolazione esistenziale profonda il cui richiamo a coscienza può farsi, attraverso il teatro, attraverso questo teatro, forza collettiva, reazione comune in vista di un destino meno tragico e oscuro di quello che altrimenti ci attende.

E se è vero che “ the play ‘s the thing wherein I’ll catch the conscience of the king. “  allora forse anche quella  del senso della civile convivenza umana può esservi catturata.

 

Luciana de Bernart

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