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IL GIARDINO DEI CILIEGI

Redazione
Ultima modifica: 18 Novembre 2011 11:33
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IL GIARDINO DEI CILIEGI

di Anton Pavlovič Čechov

traduzione di Paolo Magelli

drammaturgia Željka Udovičić

scene Lorenzo Banci

costumi Leo Kulas, musiche Arturo Annecchino, luci Roberto Innocenti

regia PAOLO MAGELLI

con Valentina Banci, Francesco Borchi, Valeria Cocco, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan,

Luigi Tontoranelli, Sara Zanobbio

produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana /Teatro Stabile della Sardegna

 

Ề la terza volta che metto in scena “Il Giardino dei ciliegi” e mi pare di non averlo mai fatto.

La prima volta fu durante la terribile guerra Jugoslava a Zagabria, nel foyer devastato del Teatro Gavella, in una città colpita duramente dalla guerra e dal nazionalismo. Era il dicembre del 1994. Ricordo che il pubblico era pregato di venire allo spettacolo ben vestito, viste le rigidissime temperature e la totale assenza di riscaldamento. Erano tutti incappottati, perduti in quelle rovine, tristissimi, eppure felici…

La seconda volta lo realizzai, qualche anno dopo, nel bellissimo teatro di Wuppertal, che fu per diversi anni la mia residenza artistica in Germania dal 1989. Era il teatro dove lavorava anche la compagnia di Pina Bausch, uno dei migliori teatri tedeschi. Ricordo che la compagnia era splendida e la sintonia con il gruppo di Pina Bausch perfetta.

Ma l’esito fu esattamente il contrario di Zagabria: due spettacoli in antitesi, che non avevano nulla a che vedere l’uno con l’atro. Se il primo usciva sulla scena utilizzando le macerie del teatro Gavella con assoluta “normalità”, il secondo era immerso in una visualità raffinata.

Ma quando oggi ripenso a quegli spettacoli, che ho amato profondamente, mi sembrano storie uscite da un altro testo, immagini lontane che appartengono al tempo passato.

Non credo al teatro conservato, sono un nemico delle “riedizioni”. Avendo vissuto la mia vita teatrale nel sistema mitteleuropeo, ho avuto l’occasione anche di “odiare” alcuni miei spettacoli per l’esagerata tenuta in scena. Come per esempio “Un mese in campagna” di Turgenev, replicato per 15 anni, o le “Tre sorelle” di Cechov che mi hanno perseguitato per 7 anni. E potrei elencarne ancora.

Credo che sia il tempo perduto della vita che è irrimediabilmente trascorsa a cambiare noi e i testi che mettiamo in scena, a rendere tutto diverso da come lo avevamo pensato, a trasformare la nuova lettura spesso nell’opposto di quello che si era sentito prima.

Ma con Cechov è un’altra cosa, lui pare essere il campione della trasformazione, ti parla sempre in modo diverso… così, dodici  (o tredici?) anni dopo, eccomi di nuovo di fronte a questo amore, di fronte al “Giardino”. Ma perché questo testo si riaffaccia nella mia testa con tanto vigore? Perché riaffrontarlo?

Perché oggi penso che il litigio che separò Stanislawski e Mejerchold per più di trent’anni avesse un fondamento profondo. Non si trattava di forma… Se il primo insisteva nella ricerca della tristezza dell’esistenza utilizzando “l’estetica del bello”, il secondo cercava nei rapporti “meccanici” fra gli attori l’alienazione” che la vita stessa produce. Ambedue aspiravano ad una sintesi che raccontasse in una sera la fragilità e la stupidità della vita, attacandosi ai sentimenti come unica cosa tangibile.

Le ferite che la vita, scorrendo, ci lascia sull’anima sono la mappa che indica una via misteriosa da scoprire nei personaggi del “Giardino”, ed è la sola via che sia possibile seguire. Solo districandosi nel labirinto di queste cicatrici è possibile arrivare a scoprire da una parte “la fragilità dell’esistenza” (Stanislawski), e dall’altra “la terribile modernità ” della scrittura di Cechov (Merjerchold).

La compagnia del “Giardino”, nata dalla fusione fra due Stabili, quello della Sardegna e quello della Toscana, sta lavorando, cercando di mediare, o meglio di far incontrare questi due modalità interpretative. Sta cercando di “fondere” questi due mondi.

Ecco perché ho deciso di riaffrontare “Il Giardino dei ciliegi” oggi. La voglia di realizzare nuovamente questo testo mi è risbocciata dentro l’anima, proprio come il fiore della visciola.

La visciola è l’albero che nella sua piena fioritura rimane intatto solo per alcuni secondi. Questo miracolo di rara bellezza dura poco più di mezzo minuto… Poi i petali cominciano a cadere e l’immagine della perfezione scompare, lasciando il posto a rami spelacchiati. Ad un cimitero di petali.

Parlo della visciola, perchè mentre scrivo penso ad un giardino di visciole, e lo faccio per correggere nella mia memoria un’inesattezza che è ormai divenuta intoccabile sia nello spazio linguistico anglosassone, sia in quello latino: sto parlando del titolo del testo di Čechov, ovvero “Il giardino dei ciliegi”.

In realtà Čechov ha scritto un “giardino delle visciole” e non un “giardino dei ciliegi” e la differenza non sta solo nel fiore, fragilissimo, ma anche nel frutto, che – come spiega Firs – fu richiesto e utilizzato solo per un breve periodo: poi non lo volle più nessuno e i frutti caduti servivano solo a nutrire gli uccelli e ingrassare la terra, quasi a seguire e imitare la caduta del fiore che li aveva in qualche modo partoriti.

L’allegoria della fragilità della vita, della sua inesorabile staticità abbarbicata in un mondo che tragicomicamente ci consente solo di avvizzire e cadere dal ramo dal quale siamo spuntati, il viaggio dalla bellezza alla deturpazione fisica e spirituale, la velocità con la quale le nostre “culture”- da quella “di classe”, filosofica e artistica, a quella “pragmatica”- si perdono nella storia: sono questi i temi che si ripetono senza fine ne “Il Giardino dei ciliegi”.

Certo Čechov lo fa prendendosi in giro e utilizzando un’ironia comica e dolorosa che ci serve sulla scena, come in nessun altro testo e che ci costringe a “riviaggiare” con cattiveria dentro la nostra vita. La casa di Ljubov’ è il Teatro e il suo passato è “il giardino”: la nostra memoria, la vita che se ne è andata irrimediabilmente. L’assurdità dell’inarrestabilità del tempo rende tutto tragicamente comico. Le geometrie che disegnano tutti gli incontri dei personaggi, descrivono senza pietà una serie di crudeli, ridicoli fallimenti. Dov’e’ l’amore? Perché si vive? E la bellezza non e’ forse solo nei ricordi? Sono le domande assillanti che ci riempiono la testa, trasformandosi in una sorta di ritornello minimalista e ossessionante.

 

Ho trovato l’incontro di lavoro fra le due compagnie, quella del Teatro Stabile della Toscana e quella del Teatro Stabile di Sardegna, un lavoro meraviglioso, pieno di difficoltà, un lavoro esaltante. E lo dico con la responsabilità di chi ha ormai centinaia di ore di prove sulle spalle.

 

Paolo Magelli

 

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