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Reading: Giuseppe Battiston in “L’invenzione della solitudine”
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Teatrionline > Blog > Senza categoria > Giuseppe Battiston in “L’invenzione della solitudine”
Senza categoria

Giuseppe Battiston in “L’invenzione della solitudine”

Irene Romano
Ultima modifica: 8 Dicembre 2013 12:23
Irene Romano
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Una casa. È qui che ha inizio la storia narrata da Auster. Non una casa qualsiasi, bensì quella in cui ha vissuto da piccolo, prima che il matrimonio dei suoi genitori finisse. La stessa in cui suo padre ha trascorso gli ultimi quindici anni in solitudine, lontano dagli affetti e dal mondo. È in quella casa che Auster si reca dopo aver appreso la notizia dell’improvvisa morte del padre ed è proprio lì che lo ri-troverà.

Alle prese con vestiti, scarpe e cravatte, oggetti che sembrano non avere più un posto nel mondo adesso che l’uomo a cui appartenevano non c’è più, Auster dovrà fare i conti con la propria vita. Un viaggio tra ricordi, riflessioni e prese di coscienza, alla scoperta di un padre che fino ad allora è stato per lo più un estraneo. Questi oggetti sono disseminati ovunque. Auster si muove tra di essi, li tocca, li sposta. Un’illusione di intimità, ma anche un tentativo di fare ordine, un ordine emotivo. La volontà di un figlio di mettere insieme i pezzi di un’esistenza condizionata dal desiderio di significare qualcosa per quell’uomo distante ed anaffettivo che era suo padre. Un uomo che per tutta la vita è “rimasto altrove”, ma che lui ha amato ed ama profondamente. Il loro è un rapporto ‘mancato’. Lo sa bene Auster, che ha convissuto con l’impossibilità di entrare in quella solitudine, non riuscendo a squarciare i silenzi ed i vuoti in cui suo padre si era trincerato per sfuggire ad un’esistenza che, si scoprirà, lo aveva duramente segnato. Caso vuole che nello stesso periodo, a seguito della separazione dalla moglie, Auster viva il distacco forzato dall’amato figlio Daniel. Un duplice allontanamento che lo metterà faccia a faccia con la complessità di essere al contempo padre e figlio.

A vestire i panni di Auster è Giuseppe Battiston. A lui è affidato l’adattamento che il regista Giorgio Gallione ha tratto dal romanzo autobiografico dello scrittore americano Paul Auster. Solo sul palcoscenico, Battiston accompagna il pubblico tra riflessioni, ricordi ed incubi di un uomo alla scoperta di se stesso. Un testo sensibile, che gli si cuce addosso. La sua è infatti un’interpretazione eccelsa che tocca le corde più profonde dell’anima. Uno spettacolo tutt’altro che lento. Il ritmo è incalzante, grazie anche ad una struttura narrativa che spazia tra passato e presente in un continuo cambio di situazioni e di toni che catalizza l’attenzione del pubblico.

La scenografia, realizzata con elementi semplici, supporta il testo e diventa anch’essa strumento comunicativo. Predomina il nero, ma il grande specchio che sovrasta il palcoscenico mostra sempre la scena da una doppia angolazione. È la scissione, ma anche la difficile quanto inevitabile convivenza, tra l’Auster figlio e l’Auster padre del piccolo Daniel. Ma quello specchio è anche altro. Non mancano, infatti, le occasioni in cui guardandovi attraverso Auster si rivolge al vecchio genitore deceduto come ad una parte di sé, in un’insaziabile esigenza di confronto.

Parole dette e non dette, sentimenti inespressi e su tutto il bisogno viscerale di un figlio di essere amato dal proprio padre. Uno spettacolo che ci trascina in un complesso labirinto di emozioni il cui epilogo è l’amore incondizionato verso un pezzo di sé che se ne è andato, senza mai esserci stato veramente. Un pezzo che è stato, che non sarà più, ma che va comunque ricordato.

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