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Reading: “Agnese di Dio” indaga sui misteri del convento
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Teatrionline > Blog > Prosa > “Agnese di Dio” indaga sui misteri del convento
Prosa

“Agnese di Dio” indaga sui misteri del convento

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 11 Ottobre 2015 18:16
Tania Turnaturi
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fotoDi vicende scabrose le mura dei conventi, nei secoli sono state mute testimoni. Tra le fredde brune canadesi, alla psichiatra Martha Livingstone viene affidato l’incarico di indagare sul caso di Agnese, giovane suora che ha partorito un bambino, trovato subito dopo strangolato dalla madre superiora tra i panni insanguinati nel cestino della carta straccia. Interrogata dagli inquirenti, Agnese non ammette nulla perché nulla ricorda del parto, della gravidanza e del concepimento. La psichiatra dovrà verificarne lo stato mentale affinché il Tribunale possa decidere se internarla come inferma di mente o condannarla per omicidio.

La psichiatra, l’ottima, sensibile, delicata e tormentata Gianna Paola Scaffidi, viene ricevuta in convento dall’algida madre superiora, cui Michetta Farinelli offre l’ampia gamma di stati d’animo di una donna che nella propria esistenza ha attraversato l’esperienza di moglie e madre con qualche vizio prima di staccarsi dai bisogni e dalle lusinghe terrene, la quale riconduce ogni evento al soprannaturale: Dio ha permesso l’inspiegabile circostanza, non attribuibile a intervento umano poiché nessun uomo è entrato in convento e il sacerdote è insospettabile.

Inizia un duello verbale e psicologico tra le due donne, l’una alla ricerca della verità, l’altra convinta di possederla già. Tra le pieghe di questo gioco delle parti si insinuano le rivelazioni sul reciproco retroterra familiare: la psichiatra, razionale ed atea, è oppressa dal ricordo della sorella morta nel convento dove i genitori l’hanno rinchiusa; Ruth, la superiora, dopo la morte del marito ha scelto la vita monacale abbracciando l’abbandono incondizionato a Dio.

Nella dualità fede-ragione, trascendente-immanente, misticismo-razionalità si incunea la disarmante figura di Agnese, che ha fatto tabula rasa dei suoi ricordi. Il coinvolgimento emotivo della dottoressa, che vuole sottrarla agli abissi della sua psiche, le restituirà la consapevolezza insieme alla responsabilità, durante incalzanti sedute di ipnosi che scatenano drammatiche crisi convulsive nella giovane. Tra estasi e sofferenza fisica affiora il passato col suo carico di traumi e vessazioni da parte della madre mentalmente instabile che la seviziava e l’ha rinchiusa nel convento diretto dalla sorella. Il bambino, identificato come il male interiore, andava eliminato per riconquistare l’affetto: della mamma? della zia?

Domande che inseguono risposte che generano altre domande. Non tutte saranno soddisfatte, ma modificheranno radicalmente le vite delle protagoniste, suscitando nella psichiatra un turbamento che farà vacillare le sue certezze positiviste.

Il testo dell’americano John Pielmeier è un thriller psicologico che ha l’attualità della atemporalità: la forza indagatrice della scienza che dà qualche risposta e apre nuovi scenari contro la potenza del mistero che acquieta le coscienze. In mezzo Agnese, vittima e carnefice, figlia, donna, toccata dal miracolo. Alle spalle tre famiglie manipolatrici, ciascuna portatrice della sua verità.

Un plauso ad Alessandra Fallucchi, che aderisce ai timori e alla collerica reazione di Agnese con stupefacente verosimiglianza, ora timida, dolce, spaesata, timorosa suorina che canta inni a Dio con voce melodiosa, poi attraversata da violente crisi che le squassano il corpo e l’anima quando vengono sciolte le sue gabbie mentali.

Curata la regia di Antonio Serrano, coadiuvata dalle scene di Dario Dato, che focalizza l’azione in diversi punti del palcoscenico nel dipanarsi delle varie fasi.

L’adattamento cinematografico del 1985 ha valso la candidatura all’Oscar ad Anne Bancroft nel ruolo della superiora e Meg Tilly in quello di Agnese.

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