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Reading: “Casa di Bambola” di Henrik Ibsen con adattamento e regia di Roberto Valerio
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Teatrionline > Blog > Prosa > “Casa di Bambola” di Henrik Ibsen con adattamento e regia di Roberto Valerio
Prosa

“Casa di Bambola” di Henrik Ibsen con adattamento e regia di Roberto Valerio

Emanuele Martinuzzi
Ultima modifica: 5 Marzo 2016 14:57
Emanuele Martinuzzi
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Foto di Marco Caselli Nirmal
Foto di Marco Caselli Nirmal

L’Associazione Teatrale Pistoiese, in qualità di Centro di Produzione Teatrale 2015/2017, mette in scena, con un nuovo allestimento, il celebre dramma di Ibsen, Casa di Bambola, rappresentato per la prima volta nel 1879 ed ancora capace di suscitare forti emozioni e riflessioni, anche polemiche, oltre a un sottile senso di straniamento, dovuto sia alla complessità del tema, sia alla capacità di Ibsen di scavare all’interno dei misteri del cuore umano, delle sue contraddizioni e volizioni più inconfessate, che vengono sussurrati attraverso quest’opera, abitata com’è da personaggi spettrali, inquieti e disorientati, capaci di parlare al sentire contemporaneo.

Una nuova rilettura di questo classico di fine ‘800, essenziale, atta a trascrivere il nocciolo del dramma, quel fulcro pulsante che trascende i contesti storici, spoglio da superflui abbellimenti.

I personaggi sono marionette, che prendono vita in uno spazio delineato e tangibile, allo stesso tempo transitato e deformato espressionisticamente dalla loro interiorità. Sono come relitti in balia del mare, che riecheggia cadenzato sulla scena, simbolo sonoro di un magma che prende vita ed esprime la parte più recondita dell’animo dei personaggi.

Tutta la storia non fa che intrecciare e mettere in rotta di collisione la forma del rumore con la vita più silenziosa, le convenzioni borghesi con un’indefinita libertà, l’artificio del linguaggio che cela con l’atto, anche solo sognato, che tradisce verità inconfessate.

La casa stessa ricorda nella forma della scenografia una prua di una nave, battuta da una tempesta, incurvata dai suoi cavalloni più temibili, agitata da venti che sibilano e minano la bonaccia del quieto vivere borghese.

La realtà oscilla nel sogno e viceversa, il desiderio disgregante nella necessità dell’ordine, i volti sinceri e amorevoli nella maschera della menzogna e del dubbio.

Ogni personaggio, femminile o maschile che sia, è il ritratto sfaccettato di questa crisi profonda ed interiore tra rigido ruolo sociale e pulsione inconscia, tra responsabilità e possibilità.

Nora e suo marito Torvald Helmer sono entrambi gli artefici di una prigione familiare, di un legame convenzionale ed edulcorato, che li rende l’uno viziata vittima e innocuo carnefice dell’altro, entrambi stretti nella morsa di un’illusione potente e viscerale, imbastita dalla loro voluta incomunicabilità, confusi e felici di essere sentimentalmente analfabeti, repressi da convenzioni sociali che li tutelano nella rispettabilità, beati nel loro fruttuoso infantilismo.

In Nora, a differenza del tronfio e inconsapevole Torvald, si cela la perturbante consapevolezza di vivere in un sortilegio, in un castello incantato da sottili compromessi e menzogne. Un vizio però abusato in maniera complice, che rende i vezzeggianti giochi amorosi tra i due l’inquietante reificazione di un compromesso senza amore, che li opprime, pur nella tranquillità, li rinsalda l’un l’altro, pur in una neutra devozione.

Nora, proprio perché parzialmente cosciente di tutto questo, si sente naufragare verso il caos allettante del proprio inconscio, analogamente al Dottor Rank, che riesce a confessare il suo amore per lei una volta, ironia tragica della sorte per un dottore, esser venuto a conoscenza di dover morire per un male incurabile, quindi riuscendo a superare il vincolo della forma, solo quando questi viene meno nella libertà informe della morte. Tutti i personaggi procedono in un cammino di emancipazione che paradossalmente li libera in uno stato connotato dall’ambiguità, sempre cangiante e multiforme, come la natura dello spettro. Sono presenze assenti a sé stesse. Sofferenza e felicità li spingono in una sempre crescente oscillazione ipnotica, in un vortice che può assumere i connotati rassicuranti di un mondo ingessato e convenzionale oppure irretire col fragore di una libertà, senza punti stabili e orizzonti definitivi.

La tragicità dell’opera sta tutta nell’ineluttabilità del cambiamento, che rende i personaggi stessi vacue presenze, che subiscono le trame di questa forza misteriosa e incontrollabile. La morte aleggia sulla scena, il teatro diventa il luogo in cui si celebra l’insensatezza del passaggio da uno stato all’altro. Non è un caso che la storia sia ambientata durante le feste Natalizie. La nascita è celebrata come la fine di un mondo, apparentemente stabile, e l’inizio di un altro, in cui tutta l’incertezza taciuta, su cui si basava il passato, si è infine rivelata.

————-

di Henrik Ibsen

adattamento e regia Roberto Valerio

con Valentina Sperlì, Danilo Nigrelli, Carlotta Viscovo, Roberto Valerio, Massimo Grigò, Debora Pino

scena Giorgio Gori

costumi Lucia Mariani

luci Emiliano Pona

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