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Teatrionline > Blog > Commedia > “Il bugiardo” di Carlo Goldoni
Commedia

“Il bugiardo” di Carlo Goldoni

Maurizio Carra
Ultima modifica: 6 Marzo 2016 12:21
Maurizio Carra
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fotoCosa dire di uno spettacolo quando la partecipazione è ad alta intensità e la divertita attenzione viaggia spedita? Dobbiamo ringraziare anzitutto Carlo Goldoni per essere riuscito a tratteggiare con finezza la psicologia dei vari personaggi moltiplicandone l’aspetto comico o boulevardier. Quest’opera è coerente con quello che il Maestro teorizzava nella “commedia nuova” che “a differenza della commedia dell’arte prevede la scrittura dei testi, l’impegno degli attori a studiar la parte, la naturalezza di una recitazione senza sbavature e narcisismi”. Corre voce che al calar del sipario Goldoni si materializzi tutte le sere per applaudire divertito l’interpretazione della sua commedia e si complimenti col bravissimo regista Valerio Binasco e con gli attori tutti della “Popular Shakespeare Kompany”. In effetti la Commedia mantiene dopo oltre due secoli un elevato tasso di attualità e di freschezza. La trama è divertente e misurata. L’autore, come al solito “moraleggia”, ma senza prendersi troppo sul serio. Il testo è elegante, pieno di invenzioni e scanzonato quanto basta.

È la storia di Lelio un tipo ribaldo che per conquistare Rosaura fa uscire, come dalla bocca di un vulcano, un’inarrestabile colata di bugie che lui chiama “spiritose invenzioni”. Bugiardo matricolato, soggetto all’irrefrenabile impulso compulsivo alla menzogna, alla fine rimarrà vittima in questa sorta di labirinto in cui lui stesso rimane intrappolato. Questo beffardo guascone è tanto pronto e convincente nelle sue acrobazie lessicali da creare con il pubblico un simpatico feeling di complicità. Le situazioni comiche sono sostenute e alimentate da scherzi divertenti, battute sapide e invenzioni sceniche molto accattivanti. In un contesto ritmico sostenuto, le pause sono funzionali e ben studiate. Ma godiamoci lo spettacolo serenamente mettendo per una volta tanto in sonno l’intelligenza e la tentazione di sfrugugliare quel che c’è dietro la facile risata. In altre parole non strologhiamo sulle colpe della società ipocrita, avida, gretta, conformista di cui Lelio è vittima. Lo stesso Goldoni (forse lui o un suo filologo) suggerisce di non prendere la vicenda troppo sul serio quando dice: “meglio una vita gioiosamente sregolata dalla menzogna che l’insopportabile monotonia del quotidiano”. Questa rappresentazione è impreziosita dalle canzoni suonate dal vivo da due valenti strumentisti e dalle musiche originali di Arturo Annecchino. Veniamo ora ai bravissimi interpreti. Avendo negli occhi un fantastico Maurizio Lastrico alle prese con l’esplosiva comicità dei suoi impareggiabili endecasillabi o con l’esilarante improvvisazione sulle poesie del (falso) poeta napoletano Tino Capuozzo, ero ad un tempo curioso e timoroso di vederlo nelle vesti di un personaggio goldoniano. Vederlo cioè passare da un monologo a ruota libera ad una parte ben delimitata in un gioco di squadra. Il timore è svanito nello spazio di pochi secondi. Grande la sua prova, come quella di tutta la compagnia. Non si può dimenticare Michele di Mauro nella parte di Pantalone, l’arlecchino di Sergio Romano, Deniz Ozdogan nelle vesti di Rosaura, Roberto Turchetta in quelle di Florindo, il Brighella di Nicola Pannelli, Fabrizio Contri nel Dottor Balanzoni e ancora gli ottimi Andrea Di Casa nella parte di Ottavio, Elena Gigliotti nelle vesti di Beatrice, Maria Sofia Alleva in quelle di Colombina e Simone Luglio che copre tre parti in commedia (cameriere, vetturino e portalettere). Il regista Valerio Binasco dirige i tempi e la recitazione degli attori (con tonalità sopra le righe come richiede il testo) e riesce a far girare alla perfezione i meccanismi teatrali grazie, come abbiamo detto, alla bravura degli attori, al funzionale minimalismo scenico di Carlo de Marino, al disegno luci di Pasquali Mari.

Lunghissimi applausi finali, risate frequenti e commenti divertiti.

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