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Teatrionline > Blog > Prosa > Palamede. L’eroe cancellato
Prosa

Palamede. L’eroe cancellato

Costanza Bruscella
Ultima modifica: 15 Luglio 2016 11:19
Costanza Bruscella
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Foto di Giacomo Maestri
Foto di Giacomo Maestri

Regia di: Alessandro Baricco

Con: Alessandro Baricco e Valeria Solarino

Musiche: Nicola Tescari

Luci e scenografia: Roberto Tarasco

Costumi: Giovanna Buzzi

——–

Un carneade qualunque, eroe greco noto solo a pochi studiosi o a pochi “curiosi” di epica, esce da sotto la pelle del mondo conosciuto ai più, fa capolino ed irrompe nelle menti e nella Storia.

Ecco chi è Palamede: è il protagonista di un mito che è giunto distorto sino ai nostri giorni, e probabilmente continuerà ad esserlo per la maggior parte delle persone, ma non per coloro che hanno assistito allo spettacolo messo in scena da Alessandro Baricco; per loro, Palamede è già eterno, è già una leggenda.

Il Teatro Romano di Fiesole abbraccia il ritorno sul palcoscenico dello scrittore torinese, che si cala in uno dei ruoli che più lo caratterizzano, l’oratore: con l’incantesimo della sua retorica, che seduce, ammalia e incanta il pubblico, ci narra una vicenda che è rimasta nell’ombra sin dal tempo antico. “Palamede. L’eroe cancellato”, è una tela dalle trame nascoste, dove fili intrecciati celano le dicotomie che da sempre caratterizzano il mondo e che rendono inevitabili scontri e duelli mortali ed immortali allo stesso tempo; scopriamo lo scontro tra élites intellettuali (che fu inevitabile, e inevitabile lo è tuttora, nella nostra, di storia), un’intelligenza più mistica ed ancestrale ed una più pragmatica e tecnica, che si incarnano in due figure dalla forte valenza e rivalità, Odisseo e Palamede. Quest’ultimo, infatti, fu un eroe degli achei, vissuto all’epoca della grande guerra tra l’impero greco e quello troiano: un uomo, probabilmente nato proprio per quello scopo, come il suo grandissimo amico Achille, ma cancellato dalle memorie e dalle storie narrate dal “divino” Omero, poiché dal conflitto con il re di Itaca, esce clamorosamente sconfitto, condannato a morte da Agamennone e cancellato dalle memorie. Il mito di Ulisse, di questo grande re, eroe e condottiero viene se non distrutto, comunque umanizzato: egli incarna tutte le inquietudini dell’uomo, il viaggio dell’umano (sinonimo di inquietudine), l’eroe astuto, ma laddove egli agiva con astuzia, persuasione e con una certa dose di subdoleria per sé e per la sua gloria personale, Palamede metteva la sua intelligenza ingegnosa e creativa al servizio dell’esercito e di tutta la Grecia; gli vengono infatti attribuite numerose invenzioni, tra cui la costruzione di macchine da guerra, studi e calcoli astrali ed è anche considerato il nuovo iniziatore dell’alfabeto greco (si racconta che ebbe l’idea della lettera Y osservando il volo di una gru).

Anche i perdenti però hanno una loro vitalità che la storia non riesce a cancellare, e così Baricco unisce tutte le voci che raccontano di questo eroe greco (Filostrato, Apollodoro, Ditti Cretese, Platone, Cicerone), lo trascina fuori dall’oblio e lo riporta alla luce, come se fosse una visione, tramite la parola e la recitazione della bravissima Valeria Solarino, che in quasi 30 minuti di monologo, ripropone l’“Apologia di Palamede” di Gorgia da Lentini: una voce in difesa di Palamede, una potente confutazione delle accuse a lui rivolte ed un’accorata arringa finale.

In una recente intervista a Giorgia Furlan, Valeria Solarino ha spiegato come mai sia lei, una donna, ad impersonificare la visione dell’acheo: “Credo che lo scopo principale di questa scelta sia il fatto che Palamede è un eroe straordinario: è il più bello, il più forte, il più intelligente, e qualsiasi uomo chiamato ad interpretare questo ruolo avrebbe ridotto quell’immagine. Portare in scena “un’altra cosa”, che appunto può essere solo una donna, sposta tutto su un piano diverso, diventa impossibile fare un paragone fra le aspettative che lo spettatore ha nei confronti dell’eroe e le caratteristiche dell’attore; se Palamede è impersonificato da una donna si tratta per forza di un’altra cosa”.

La scenografia curata da Roberto Tarasco evoca, attraverso colonne di cristallo illuminate, lo stile architettonico di un tempio, talmente splendente e talmente fragile da cadere in frantumi alla fine della rappresentazione con la morte del protagonista: l’oscurità si impadronisce della scena e rimangono solo dei cocci di vetro al centro del palco mentre Palamede appoggia a terra quello che da lontano appare come un bastone, ma che in realtà è un pennino: con la sua condanna, la condanna ingiusta di un uomo, un benefattore che ha sempre agito solo per il bene del popolo, il mondo greco, specchio del mondo che conosciamo, è condannato al buio culturale ed all’oppressione del potere.

Come recitano i versi del poeta ateniese Euripide: “Avete ucciso, avete ucciso, o Danai, il più sapiente, l’usignolo delle Muse, che non aveva fatto del male a nessuno”.

L’intelletto viene quindi sconfitto dal potere, e la lezione che ne viene tratta è che la storia delle civiltà si sintetizza in alcune mosse, in cicli che si ripetono costantemente: non esiste un sapere innocente e pulito, siamo sempre parte di una guerra, una guerra che parte da molto lontano, dove c’è sempre qualcuno pronto a colpirti alle spalle, come se Palamede ed Odisseo non avessero mai smesso di combattersi.

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