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Minetti. Ritratto di un artista da vecchio

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 29 Gennaio 2017 10:25
Tania Turnaturi
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Foto di Franco Lannino

In una notte di capodanno in cui infuria una tormenta di neve, nella hall decadente di un albergo entra un uomo con una valigia che posa al centro della sala: è Bernhard Minetti, il più grande attore teatrale tedesco del Novecento, che ha connotato il secolo (1905-1998).

Questo testo dell’austriaco Thomas Bernhard, è stato scritto nel 1976 per il suo attore feticcio, che interpreta se stesso esprimendo riflessioni, umori e bizze sul teatro e sull’arte, narrando le proprie vicissitudini di artista, in un’architettura metateatrale che travalica la stessa metateatralità.

Su una scena popolata dal personale della reception dell’albergo di Ostenda, da un pianista, da una signora seduta in poltrona manifestamente assente e dall’andirivieni degli altri ospiti, Minetti intesse il suo solitario monologo rivolgendosi alla donna, punto focale dell’impianto scenico con il suo vestito rosso scarlatto (scene e luci di Gianni Carluccio che firma anche i costumi insieme a Daniela Cernigliano), che non coglie il senso di tanto interloquire, simulacro di un’esistenza che non ha consapevolezza di esistere: “l’esistenza, noti bene, è sempre distrazione dall’esistenza, noi esistiamo in quanto ci distraiamo dal nostro esistere”.

Minetti, anziano, aspetta il direttore del teatro di Flensburg che dovrebbe proporgli di portare in scena per l’ultima volta Re Lear, ruolo per il quale il pittore belga James Ensor gli ha realizzato la maschera che custodisce in valigia. Queste informazioni su di sé vengono intercalate a un flusso di considerazioni, senza soluzione di continuità, caustiche e irsute sulla stupidità umana e l’inanità del teatro.

Le parole di Minetti, che veicolano il pensiero di Bernhard, sono sferzanti verso tutto ciò che è fuori di sé e del suo ruolo di attore, costretto dall’altrui insipienza a stare lontano dalle scene da trent’anni, cacciato dal teatro di Lubecca per essersi “negato alla letteratura classica”, costretto a recitare nella soffitta della sorella davanti allo specchio, ogni 13 del mese, il Re Lear indossando la maschera creata per lui da Ensor: “capisce, signora mia, il mondo è pieno di esistenze artistiche distrutte”.

In un profluvio di autocoscienza che prelude alla follia, Minetti inveisce contro il teatro, i direttori teatrali e il pubblico che ritiene il suo peggior nemico.

Dopo una breve calata di sipario, alla signora subentra una ragazza che aspetta il giovane innamorato. Instancabile, Minetti la elegge a muta interlocutrice, entrambi accomunati dall’attesa di una persona importante per il proprio destino, mentre la hall è attraversata da figure col volto coperto da una maschera bianca.

In questa serata speciale l’umanità è priva di voce e di sembianze, mentre nell’aria volteggia la condanna della letteratura classica che impedisce all’attore di esprimersi autenticamente costringendolo a ricorrere alla maschera, e l’invettiva contro “l’autore che distrugge l’attore, e l’attore distrugge lo scrittore finché si sfocia nella follia e allora … allora è arte”.

Ritenuta ormai vana la sua attesa, Minetti, indossata la maschera di Lear, sparisce nella neve.

Roberto Herlitzka presta il suo volto scarnificato come una maschera totemica e il suo corpo nervoso e scattante alle oniriche e vaneggianti esternazioni del protagonista, accompagnate dai suoni aspri di Hubert Westkemper che ne sottolineano l’andamento ripetitivo. “Se mi sono deciso a mettere in scena questa pièce lo devo a Roberto Herlitzka, uno dei grandi interpreti del nostro tempo, tra i più congeniali al suo umore – scrive il regista Roberto Andò – Bernhard non amava il tipo di attore che mediamente incarna questo mestiere, ma era uno spettatore capace di entusiasmarsi quando gli capitava di assistere alla performance di un fuoriclasse”.

Gli altri attori sono Nicolò Scarparo, Verdiana Costanzo, Matteo Francomano, Roberta Sferzi e Vincenzo Pasquariello. Traduzione di Umberto Gandini.

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