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Quando l’arte diventa un gioco

Marco Togna
Ultima modifica: 17 Novembre 2017 13:55
Marco Togna
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Capita davvero di rado di vedere bambini divertirsi come matti a una mostra. Di solito stanno immusoniti, e vengono trascinati a forza per le sale. A “Enjoy” succede il contrario: passano da un’installazione all’altra, fanno il giro due volte, toccano tutto e (quasi) tutto possono toccare. E davanti all’opera dell’inglese Martin Creed (“Work n. 1584. Half the air in the given space”, realizzata direttamente per l’esposizione) si rimettono di nuovo in fila: una stanza riempita per metà di palloncini rossi, una scultura fatta d’aria in cui è possibile nuotare dentro, con il visitatore che diventa parte stessa dell’opera. Un’idea semplice e di rara bellezza, un desiderio dell’infanzia, una riflessione giocosa sulla visibilità dell’aria, a metà strada tra l’esperienza fisica e la costruzione scultorea.

“Enjoy. L’arte incontra il divertimento”, visibile al Chiostro del Bramante di Roma (in via della Pace) fino al 25 febbraio prossimo, è una mostra assolutamente da non perdere. E l’indiscusso successo che riscuote nel pubblico più giovane può essere una buona motivazione alla visita anche per chi non ha un’assidua frequentazione con l’arte contemporanea. Una ventina di installazioni (molte site specific per il Chiostro) che tengono assieme alcuni grandi nomi del Novecento – come lo statunitense Alexander Calder, presente con un grande “mobile” rosso, e lo svizzero Jean Tingualy, di cui sono visibili quattro fantastici esempi delle sue macchine meta-meccaniche degli anni sessanta, che lo spettatore mette in funzione spingendo un pedale – con artisti multimediali di fama internazionale che meglio sanno esprimere le tensioni emotive e concettuali del terzo millennio. Un’esposizione giocata “sulla dimensione del piacere, del gioco, del divertimento, dell’eccesso”, come ha spiegato il curatore Danilo Eccher, ma che nello stesso tempo necessita di una lettura complessa, invitando il visitatore alla riflessione e all’approfondimento.

Suggestiva e spiazzante è l’installazione “Obscura” del video-artista statunitense Tony Oursler, che consiste in una serie di proiezioni di occhi umani su sfere in poliuretano e resina di diverse dimensioni, sospese nello spazio e immerse nel buio, che sembra richiamare l’odierna ossessione tecnologica del consumare immagini e dell’essere osservati. Una riflessione sulla banalità del quotidiano, gioiosa e malinconica nello stesso tempo, è “After the gathering” del belga Hans Op de Beeck: a prima vista è una torta di compleanno gigante e colorata, poi ci si accorge che le candele sono spente e affondate nella panna, un bel pezzo è stato già mangiato, la glassa si sta sciogliendo e i frutti di bosco sono caduti sul vassoio, a indicare “che la festa è passata – come si legge nel pannello esplicativo – e quello che resta è già in disfacimento”.

È davvero impossibile descrivere tutte le opere di “Enjoy”, una mostra multisensoriale e plurale, ricca di installazioni e sculture che vanno viste, toccate, esperite. Vanno comunque menzionate le opere dell’inglese Mat Collishaw (“The centrifugal soul”, un grande “zootropio” a tema naturalistico), dell’italiano Piero Fogliati (“Prisma meccanico”), dell’austriaco Ervin Wurm (“Drinkers wardrobe” e “Furniture for drinkers 1 e 2”), dell’inglese Ryan Gander (“You walk into a space, any space, Or, Poor little girl beaten by the game”), del collettivo artistico Teamlab (il quadro in movimento “Flowers and people – Dark”), dell’argentino Leandro Erlich (l’infinito labirinto di specchi “Changing rooms”), del brasiliano Ernesto Neto (“In the corner of life”), del taiwanese Michael Lin (che ha trasformato il grande atrio del Bramante in un giardino fiorito), dell’italiano Gino De Dominicis (“Risata continua”). In conclusione, torniamo ai più piccoli, a “Mickey dei sogni” dell’ensemble torinese Studio65: una gigantesca poltrona di Topolino, una poltrona “magica, che ha il potere di far risvegliare il bambino che in te è assopito, e lui ti farà ritrovare il coraggio di ritornare a sognare”.

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