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BBL, il fil rouge Béjart-Roman, corre nella tradizione

Emanuela Cassola Soldati
Ultima modifica: 28 Maggio 2019 18:28
Emanuela Cassola Soldati
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Béjart Ballet Lausanne
Foto di Didier Philispart
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Béjart Ballet Lausanne
Foto di Didier Philispart

Ovazioni e pubblico entusiasta accoglie la Compagnia francese più acclamata al mondo, nella cornice del Teatro Regio di Parma, Béjart Ballet Lausanne, fondata da Maurice Béjart, scomparso nel 2007.

La rassegna ParmaDanza centra l’obiettivo, ancora una volta, con la proposta di una Compagnia espressione di globalità e integrazione artistico-culturale multietnico, tema sempre molto caro al suo fondatore, Béjart, e fedelmente riproposto dal suo successore Gil Roman, già interprete sopraffino dello stesso Ensemble per oltre un trentennio.

Le creazioni immortali di Maurice hanno contribuito ad una vera rivoluzione del linguaggio coreografico moderno nella danza, come solo i francesi sanno attuare, per atavica cultura e tradizione popolare. Capolavori senza tempo sono le celebri scritture coreografiche, come “La Sagra della Primavera”, “Boléro”, “La Nona Sinfonia” di Beethoven, “Le Presbytére n’a rien perdu de son charme, ni le jardin de son éclat”, insieme alle collaborazioni con i coreografi Alonso King, Tony Fabre, Giorgio Madia, Christophe Garcia, Julio Arozarena e Yuka Oishi, hanno contribuito all’ecclettismo creativo di Béjart.

La trasversalità con cui affronta i temi della diversità, della omosessualità, dei dialoghi esistenziali della vita e della morte, con un allure tipicamente da comédie française, rendono la Compagnia BBL (Béjart Ballet Lausanne) unica nel suo genere, rinnovata nel suo organico, ma forte dei suoi interpreti principali.

L’amore per il Giappone, l’India e le influenze afro sudamericane, si compenetrano con le radici marsigliesi delle taverne portuali e la borghesia parigina della capitale, in un fil rouge che corre tra Béjart e Roman.

Le creazioni di “Syncope” e “Brel et Barbara” si muovono su quest’asse, tra passato e futuro, nella dimensione del presente, con l’ironia sottile, la malinconia e la joie de vivre tipicamente francese. Oggetti simbolici, il colore giallo delle stoffe, il minimalismo del bianco e nero del kimono giapponese, la maschera teatrale del mimo alla Marcel Marceau, una gabbia, un uccellino, una abat-jour, una poltrona, il tango e quell’atmosfera bohémienne che non risparmia il terzo millennio, tinge le note di un dittico d’autore di tableau vivant contemporaneo.

bejart ballet
Foto di Gregory Batardon

Nel primo quadro, “Syncope”, Gil Roman s’interroga sull’istante sospeso. Cosa succede alle nostre emozioni, ai ricordi, al nostro corpo, in quell’attimo di contrappunto della sincope, di quella perdita di coscienza transitoria di breve durata e risoluzione spontanea, con riferimenti a simbolismi onirici.

L’etimologia della parola ‘sincope’ deriva dal greco ‘sin coptein’ che significa spezzare, interrompere, tagliare. Où etions-nous, quand nous n’étions pas là? Dove siamo noi, quando non siamo più là? La sincope in musica è un contrattempo e contraddistingue un genere di musica sincopata. In medicina è un rallentamento o arresto cardiaco, tra i 5 e 10 secondi, nei quali il nostro cervello può ampliare, rivedere tutto in questa breve perdita di coscienza.

Béjart Ballet Lausanne
Foto di Ilia Chkolnik

Il coreografo Roman riflette, e come in un quadro visionario di Dalì, amplifica le sensazioni visive, uditive, tattili, giocando sui piani prospettici dell’azione scenica, dando vita ad oggetti inanimati o trasformando in oggetti i danzatori stessi, come per il lume da camera in stile Liberty, interpretato dalla deliziosa Elisabet Ros. Una poltrona inghiotte, fin dalla ouverture, il danzatore Gabriel Arenas Ruiz, brillante per tecnica e nel suo incedere drammaturgico interpretativo dalla vena ironica.

Dalla Danza delle gocce alla Danza dei camici e dei ragazzi (intercalati dai Pas de deux e i Solo), il processo coreografico si sviluppa attraverso una cristallina cifra stilistica, frutto della tradizione béjartiana, ammiccando al significato di non “restare in poltrona”, come il suo personaggio, nella forma apatica di attendere da spettatori inermi della propria vita, risucchiati, sprofondati negli eventi, ma piuttosto di lasciarsi andare al moto delle cose, mantenendo alta l’attenzione, complice della veglia una vezzosa abat-jour.

Nel secondo quadro, la coreografia “Brel et Barbara” dello scomparso Maurice Béjart riassume in concentrato una serie di cammei d’autore riconducibili ad alcuni suoi capolavori per immagini ed assonanze, come il danzatore in bicicletta, il tango marsigliese, il pigmento giallo ocra delle stoffe elastiche, la circolarità degli spostamenti danzati riconducibili ad un quadro di Matisse e la ritualità del Boléro, ma anche la semplice esecuzione di una quinta posizione o di un dévéloppé in danza classica, connotano fortemente tutte le sue creazioni.

Béjart Ballet Lausanne
Foto di Francette Levieux

Con la coreografia “Brel et Barbara”, il Maestro Béjart rende omaggio alla tradizione chansonnière française attraverso l’amicizia ultra decennale con la cantante Barbara, alla quale dedica “L’Aigle noir”, ispirato dalle stesse parole dell’autrice che si autodefinisce: “Je suis la lumière noire!”. Immortalata in un film lungometraggio, nel quale B. interpreta il ruolo principale de la Nuit Lumineuse et Jorge Donn le Soleil.

Béjart conosce Jacques Brel a Bruxelles, nella prima sede della Compagnia, prima di approdare a Losanna, e proprio in occasione della rappresentazione l’“Homme de la Mancha” al Théâtre Royal de la Monnaie, ammiccò l’idea di fare qualche cosa insieme.

Una standing ovation doverosa abbraccia l’ensemble al termine dello spettacolo portando alla ribalta in proscenio lo stesso Direttore Artistico e coreografo Gil Roman, in un meritato tripudio di applausi.

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