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Teatrionline > Blog > Danza/Balletto > Bruno Beltrão, Grupo De Rua – “Inoah”
Danza/BallettoRecensioni/Articoli

Bruno Beltrão, Grupo De Rua – “Inoah”

Joele Schiavone
Ultima modifica: 27 Settembre 2019 14:02
Joele Schiavone
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1430
Inoah
Foto di Kerstin Behrendt
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Inoah
Foto di Kerstin Behrendt

Il 25 e 26 settembre è andato in scena, presso l’Auditorium Parco della Musica nell’ambito del Romaeuropa Festival 2019, “Inoah” [erba alta]: un luogo fisico nella città di Maricá, un luogo metafisico all’interno dell’immaginario comune ove si incontrano uomini provenienti da vissuti differenti la cui struttura corporea, il movimento, l’andamento del vestiario, lo sguardo ci raccontano molto più di quello che usualmente ci potremmo aspettare da un passo di danza.

Erbaccia – traduzione dal Tupi di ‘Inoah’ – ci conduce lì dove lo scarto incontra il vero in un’esperienza di annientamento e riconoscimento di sé e dell’altro su di un palco la cui scenografia si compone da sette riquadri posti in alto; in essi vediamo il cielo stellato di notte, il passaggio delle nuvole in pieno giorno, l’alternarsi delle stagioni e del vento, un riferimento al lavoro fatto dalla compagnia Grupo De Rua e dal coreografo Bruno Beltrão per giungere all’opera: «Siamo rimasti in un capannone a Inoã per sei mesi. Questo spazio era tutto chiuso, tranne per piccole finestre in alto, dalle quali potevamo vedere il pezzo di una casa, un’antenna telefonica con una montagna sullo sfondo e pali della luce e cavi aggrovigliati. Immagini inesistenti che continuavano a inseguirci. Queste finestre sembravano essere lì per interrogarci su come la nostra danza potesse comunicare con il mondo». Una danza che si fa risposta e quesito, mentre Bruno Beltrão [coreografo classe 1980] continua a celarsi nella sua forma, non rendendosi disponibile ad interviste e domande sulla sua esplorazione conoscitiva dell’arte, e sul lavoro svolto fin dalla sua più tenera età intorno al mondo delle danze urbane nelle quali l’improvvisazione e la relazione tra i partecipanti e il pubblico diviene elemento cardine delle sue creazioni.

Inoah è un percorso sulla breccia della strada, sulla potenza che da questa scaturisce a livello emozionale e corporeo, è una visione tra sguardi inferociti e affermazioni di potere che vanno cambiando movimento dopo movimento il punto di appoggio su cui la successiva realtà originerà il suo dinamismo. In questo concerto di 10 interpreti, il passaggio relazionale tra un’espressione corporea e un’altra si fa bellezza, e anche nell’opposizione: armonia; la danza dei corpi muove l’atlante della scena come un quadrante di un orologio dove le lancette si triplicano, quadruplicano, frammentano in diversi ingegni la cui misura è il paesaggio dell’altro; ogni lancetta seppur all’apparenza sconnessa è parte di un tempo più vasto nel quale il ticchettio dell’uno porta ad una variazione del sospiro di ciò che gli è vicino e lontano, così anche quando la carne non tocca la carne, notiamo un’influenza che poi permane, si scompone, e rinasce nella struttura della danza del ballerino successivo elemento di una sostanza comune che Inoah è. In questa dimensione d’arte ritroviamo qualcosa di ancestrale, di profondamente vero, un linguaggio estraneo vicino che va catturando la nostra attenzione, immagine attraverso immagine.

La cura cromatica del vestiario, l’attenzione alla forma dei tessuti, le scarpe da skaters che i ballerini indossano rendono la danza ancora più vivida poiché supportata da giochi di luce, variazioni intessute sullo sfondo nero del palco attraverso cui possiamo riconoscere il colore di ognuno e la composizione qualitativa che nell’incontro sboccia.

Inoah è un codice che attraversa la lingua della strada, e il corpo che sente ed esplora e vive è qui oggetto di una riflessione in cui andiamo incontrando l’uno come parte di un contesto fatto di molti. Vi è nella flessibilità del corpo la possibilità di un arrivo che però manca, così l’esplorazione continua e il punto di domanda con il quale lo spettacolo inizia non va raggiungendo il suo naturale culmine, ma circola come all’interno di una bolla per i pesci in un riquadro nel quale il senso si fa il paesaggio stesso e l’atto stesso dell’essere osservati e in relazione a sé, all’altro, al pubblico diviene un fattore scatenante nuove consapevolezze su ciò che vuol dire poter essere visti e compresi nell’ascolto di una stereotipia del movimento, in una ribellione e sperimentazione della stessa. In questa erbaccia vi è una ricchezza, e nella verità di ciò che nasce senza possibile artificio vi è la comprensione di ciò che dell’umano resta, anche in un capannone buio lontano dal cielo e dal tocco del mondo.

——–

Crediti

Direzione artistica: Bruno Beltrão

Assistente alla direzione: Gilson Nascimento

Interpreti: Bruno Duarte, Guilherme Nobre, Douglas Santos, Eduardo Hermanson, Joao Chataignier, Leandro Gomes, Leonardo Laureano, Alci Junior ‘Kpue’, Ronielson Araujo ‘Kapu’, Sid Yon

Luci: Renato Machado

Costumi: Marcelo Sommer

Musica: Felipe Storino

Supportato da: BEIRA | Una cooproduzione: KAMPNAGEL (Hamburg) FESTIVAL MARSEILLE WIENER FESTWOCHEN (Viena) MOUSONTURM (Frankfurt) TANZHAUS NRW (Dusseldorf) | Debutto: 04/05/2017 no Kampnagel Internationale, Hamburgo

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