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Teatro Olimpico, il mondo perfetto di Raffaello secondo Vittorio Sgarbi

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 13 Ottobre 2019 14:11
Fabiana Raponi
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Raffaello
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Raffaello“Questa è la storia più difficile per me, la più rognosa delle avventure”. Esordisce così Vittorio Sgarbi per aprire il suo Raffaello, lectio magistralis di arte che conclude la trilogia dedicata al Rinascimento, che ha inaugurato la stagione del Teatro Olimpico di Roma, in scena fino al 13 ottobre.

“Raffaello è un mondo perfetto e sarebbe come cercare di perfezionare Dio. Io mi limito a far osservare la bellezza di Dio” aveva spiegato Sgarbi che racconta Raffaello Sanzio in occasione delle celebrazioni dei 500 anni, nel 1520, della scomparsa del genio di Urbino e che annuncia i prossimi spettacoli dedicati ad Artemisia Gentileschi e Dante.

Che sarebbe stato estremamente difficile condensare gli innumerevoli capolavori di Raffaello era stato chiaro anche per Sgarbi fin da subiti: e in effetti sembra evidente che neppure le tre ore abbondanti di lezione – spettacolo, sono state sufficienti o esaustive.

Sì, perché Raffaello, morto a solo 37 anni, artista perfetto che dipinge la bellezza di Dio, nella sua vita ha solo praticamente dipinto, senza cedimenti o senza momenti di crisi.

Realizza solo capolavori e Sgarbi non può fare altro che raccontare la bellezza che ha creato e pur ammettendo una certa antipatia nei confronti di un personaggio praticamente perfetto, non può esimersi dal considerare La scuola di Atene nelle Stanze Vaticane, il più bell’affresco mai realizzato.

Sì, perché Raffaello, è uno straordinario costruttore, un pittore senza psicologia che dipinge la bellezza assoluta.

Come sempre gli spettacoli di Sgarbi sono dei work in progress che si evolvono ogni replica e il critico d’arte comincia la sia affascinante lectio magistralis dall’attualità criticando la decisione delegata al Tar per decidere se prestare l’Uomo Vitruviano di Leonardo alla Francia in occasione delle celebrazioni del genio italiano e ricevere in cambio due meravigliosi, ultimi ritratti di Raffaello per le celebrazioni dell’urbinate nel nostro paese.

La vera “lezione” parte dai maestri di Raffaello e da molto lontano, dai capolavori di Piero della Francesca, padre anche anche delle sontuose architetture della Scuola di Atene, da Bramante, amico di Raffaello che lo raccomanderà al pontefice Giulio II dal Perugino. Nel 1504, con lo Sposalizio della Vergine, Raffaello raggiunge la perfezione e quando si trasferisce a Roma dove lavorerà per i successivi 12 anni, realizza solo capolavori ricchi di invenzioni. Qualche esempio? Nella Madonna Sistina inventa gli angioletti, nella Santa Cecilia crea la prima natura morta che sarà ripresa anche da Caravaggio.

Certamente, da un punto di vista estetico, Raffaello è il bello degli spettacoli, con il susseguirsi di meravigliosi capolavori, come le incredibili Madonne, l’una diversa dall’altra: Raffaello crea variazioni sul tema, archetipi del tutto diversi che non si ripetono mai rinnovando ogni volta la struttura iconografica con invenzioni che vengono riprese da chiunque, Tiziano, Lorenzo Lotto o Parmigianino, Dosso Dossi, Giovanni Bellini Guido Reni, De Chirico. Sgarbi mostra chiaramente che Raffaello è ovunque, che esercita un fascino indelebile su chiunque e che tutti gli artisti riprendono i suoi archetipi, che tutti sono stati influenzati dal pittore del bello ideale.

Lo spettacolo, una grande lezione di storia dell’arte, è di una bellezza travolgente, ma in effetti manca una vera chiave di lettura teatrale: non stupisce affatto perché Raffaello, morto a soli 37 anni, con ogni probabilità di sifilide, ha solo dipinto e non ha avuto una vita macchiata da scandali o da delitto. “Raffaello non era nemmeno omosessuale, solo ossessionato dal sesso, ma come si può raccontarlo davanti alla meraviglia delle sue opere?” Aveva anticipato Sgarbi.

Si vede bene in uno spettacolo che mantiene il taglio dei precedenti Michelangelo e Leonardo, con intervalli del compositore e musicista Valentino Corvino con le musiche neorinascimentali ispirate ai sonetti di Raffaello e le immagini di giovani artisti che si susseguono sulla schermo, che il critico vorrebbe continuare a parlare ancora e ancora, cogliendo richiami e influenze di Raffaello sugli altri artisti. Ma il tempo è tiranno e quello a disposizione sembra essere sempre troppo poco per raccontare la bellezza di Dio attraverso l’arte e il genio di Raffaello. Appassionante e da vedere in scena fino al 13 ottobre al Teatro Olimpico di Roma. Prezzi da 39,00€ a 14,50€, info teatroolimpico.it.

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