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La sfida di mettersi in gioco

Massimo Monticelli
Ultima modifica: 1 Giugno 2020 11:14
Massimo Monticelli
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1983
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Mi presento. Mi chiamo Massimo, ho 25 anni e sono uno fra i tanti ragazzi che ha capito e scelto che la propria vita doveva accompagnarsi all’arte, nel mio caso alla danza.
Per fare ciò, ho fatto come tanti altri della mia generazione e non solo: sono partito per l’estero.
Ho iniziato la mia formazione professionale come danzatore contemporaneo a Londra, ho trascorso alcuni mesi in Erasmus a Parigi e ho concluso la mia formazione nel 2019 con un Master, sempre in Inghilterra, mentre nel frattempo concludevo la laurea in Lettere da lontano nell’Università della mia città: Bologna.

Nel corso di questi anni all’estero – non tanti peraltro – ho visto, imparato, capito tante cose, in primo luogo la fortuna che ho avuto.
Prima fra tutte la fortuna che i miei genitori, totalmente digiuni alla danza, abbiano creduto e capito che questo poteva essere un mestiere a tutti gli effetti, e non un hobby da coltivare a tempo perso.
Troppo spesso, infatti, ancora adesso la mentalità che l’arte non sia un mestiere affligge il nostro Paese. «Sì, ma per vivere cosa fai?» è una domanda che, nella sua ingenuità, lascia trapelare la mentalità di un sistema che non permette – quanto meno in larga parte – ai giovani artisti e agli artisti tout court di credere in loro stessi.

Perché tornare, allora? Perché scommettere sull’Italia? Con il rischio di suonare campanilista, ho deciso di tornare perché amo troppo questo Paese per starne lontano così a lungo. Ho incontrato così tanti amici italiani all’estero con un talento e un’abnegazione così forti che non ho potuto non pensare a tutti coloro che invece sono rimasti qui e che non hanno potuto seguire il loro sogno per le ragioni più disparate, in primis per l’estrema difficoltà di ottenere una formazione riconosciuta e di qualità.
In breve, sono tornato anche perché fra i miei sogni c’è quello di partecipare alla costruzione di un’Italia che sia competitiva nel mercato dell’arte contemporanea, che inverta la tendenza centrifuga richiamando invece i nostri connazionali e gente dall’estero per studiare e lavorare qui: un modello di paese del Sud che sappia accomunare una produzione artistica di primo livello allo stile di vita sano, allegro e solare che ci contraddistingue.

Foto di Gustavo Bonino

Devo dire che ho avuto fortuna. Tornato a casa, a Bologna, in poco tempo ho incontrato una persona e una realtà che condividono questo sogno e stanno passo per passo cercando di realizzarlo: la coreografa bolognese Elisa Pagani e la compagnia di danza contemporanea che dirige: DNA.
Da un incontro fortuito in settembre – a Londra, tra l’altro – è nata quella che si sarebbe rivelata la mia risposta per i mesi successivi fino a ora. Elisa è la direttrice artistica, oltre che della compagnia, di AlmaPro, un incubatore di formazione e produzione di danza contemporanea che fa parte di un centro multidisciplinare di formazione bolognese: Alma Studios.
In poche settimane, partecipando alle lezioni per professionisti, condividendo pensieri, opinioni e impressioni, ho avuto la fortuna di essere coinvolto in questa meravigliosa macchina che adotta una mentalità imprenditoriale ma incoraggia al tempo stesso l’umiltà e il valore della collaborazione, spesso guardate con sfiducia e sufficienza da questo settore.

Oltre che a lavorare come danzatore nella compagnia, infatti, Elisa mi ha coinvolto nella produzione e nell’organizzazione di DNA e di AlmaPro stessa, nell’ottica di continuare a sviluppare il progetto che in pochissimi anni è già diventato di riferimento per tutte le realtà inerenti alla danza del territorio.
AlmaPro, infatti, al momento ospita due corsi di formazione professionalizzanti per danzatori contemporanei che rispecchiano pienamente la mentalità che ho incontrato sul mio cammino fuori dall’Italia, e per questo davvero innovativi. Poter partecipare e contribuire alla realizzazione di arte e danza di qualità sul territorio è davvero senza prezzo, specialmente perché stiamo cercando di puntare in alto, stabilire ponti con strutture italiane ed estere con cui organizzare fertili collaborazioni. Se l’obiettivo principale è quindi l’accreditamento regionale e nazionale della formazione, il vero obiettivo va oltre: promuovere e ospitare artisti giovani e meno giovani, incontrare il pubblico e coinvolgerlo in un progetto di audience engagement che renda la danza più accessibile e faccia sì che, come artisti, possiamo scendere dal solitario piedistallo che ci siamo costruiti e tornare a parlare alla gente, tanto più in un momento come questo in cui l’arte e la cultura soffrono ma, allo stesso tempo, allietano, alimentano riflessioni e commuovono tutti noi, chiusi nelle nostre case.

In un momento come quello che stiamo vivendo, non so dove questi sogni mi porteranno, o se saranno gli stessi fra qualche anno. La sola cosa che posso e voglio fare al momento è continuare a lavorare sodo affinché tutto questo avvenga.

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