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La coscienza di Zeno- recensione

Erika Di Bennardo
Ultima modifica: 22 Novembre 2023 08:29
Erika Di Bennardo
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La coscienza di Zeno arriva a teatro

Sbarca a teatro uno dei romanzi più famosi e dibattuti del secolo scorso. La coscienza di Zeno, capolavoro di Italo Svevo che quest’anno compie 100 anni, rivive nell’adattamento teatrale di Monica Codena e Paolo Valerio, fautore anche della regia. A dare vita al complesso protagonista Zeno Cosini un nome d’eccezione, Alessandro Haber.
Operazione non facile, quella di riadattare un romanzo antesignano e di respiro potentemente europeo.
Sicuramente però, riuscita nella sua semplicità e schiettezza. Il flusso di coscienza dell’inquieto Zeno, tradotto in scrittura sotto consiglio dello psicanalista, si fa corpo incarnato in scena attraverso la massiccia e inquietante presenza di un occhio che spia, evocando sogni, rifrazioni, ricordi e rimorsi del protagonista.
«Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia» ma la «pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia», dice “l’occhio” del Dottor S., come nel prologo del romanzo.
Così, subito dopo, fa la sua comparsa in scena Zeno, che si accomoda su una comoda poltrona e, una
sigaretta dopo l’altra, scioglie la sua memoria e le relazioni della sua vita in una perenne, densa, nuvola di fumo grigio. Colore che fa da padrone, nel salotto piccolo borghese rinchiuso da pesanti tendaggi di velluto, così come sono grigi i costumi e gli scorci che s’intravedono dal tondo schermo che impera su tutto.
Zeno/Haber, inchiodato alla sua poltrona (stratagemma forse quasi imposto dalla provvisoria indisposizione fisica dell’attore, che gli impedisce di camminare senza l’ausilio di un bastone), rivive la sua esistenza attraverso un alter ego, il giovane io narrato impersonato da Alberto Onofrietti. Gli otto protagonisti della sua vita non fanno la loro comparsa uno alla volta: sono sempre lì, già di spalle all’apertura del sipario, schierati e pronti a rivivere attraverso i ricordi del protagonista. L’esistenza di Zeno viene sviscerata
cronologicamente: il travagliato rapporto con il padre e la sua morte, l’incontro con le tre sorelle e il matrimonio, più per rassegnazione che per amore con una di queste, la suocera, il cognato socio in affari e l’amante, vano piacere effimero fra le responsabilità di una vita piena di rimorsi e scelte quasi casuali.
La regia di Valerio rispetta con grande eleganza il romanzo psicanalitico di Svevo, fondandosi su una messa in scena fluida, scorrevole, restituendone i tratti ironici insiti in situazioni e personaggi, restando fedele allo stesso tempo al dramma di un uomo che, ripercorrendo la sua esistenza, si accorge di non aver scampo a quel dannato “male di vivere” che lo attanaglia durante la vecchiaia. Apprezzabile l’andamento in divenire
della vicenda, resa vivace anche dal dinamismo scenico dei momenti più corali, furbo e riuscito escamotage per sopperire ad una prosa quasi sempre drammaturgicamente molto densa.
Un grande plauso allora alla compagine di attori, affiatati e coesi fra loro e contraltare di un Alessandro Haber in stato di grazia nonostante i problemi fisici, che non la sua inequivocabile esperienza riesce a trasferire tramite la mimica e la voce un personaggio non facile in maniera sublime.
Lo spettacolo rappresenta un’occasione per avvicinarsi all’opera di uno dei più grandi scrittori nostrani del ‘900 (forse ostico ai più) in maniera leggera ma intelligente, semplice ma fedele.
Erika Di Bennardo

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