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Teatrionline > Blog > Recensioni/Articoli > Mettici la mano (di Maurizio de Giovanni)
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Mettici la mano (di Maurizio de Giovanni)

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 13 Gennaio 2024 19:27
Tania Turnaturi
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Orfano del commissario Ricciardi, il brigadiere Maione deve affrontare un caso umano piuttosto che poliziesco. La colpevole infatti è già stata arrestata, ma sarà attraverso l’indagine psicologica ed emotiva delle cause che hanno determinato il delitto, grazie al prezioso contributo di Bambinella, che si scioglierà il nodo che contrappone la giustizia alla compassione.

Dopo il grande successo della serie televisiva de “Il commissario Ricciardi”, Maurizio de Giovanni porta a teatro due tra i più tipici protagonisti per affrontare l’amara vicenda di una giovane donna, nella Napoli del 1943 dilaniata dai bombardamenti della guerra e dall’occupazione nazista.

In uno scantinato in tufo che funge da rifugio antiaereo irrompe Bambinella sotto il tuonare delle bombe. Il femminiello è in tenuta da “lavoro”: cuffia da suora che nasconde la parrucca bionda, mantello di seta nera svolazzante che copre calze velate con giarrettiera e babydoll in pizzo. Impaurito, si getta ai piedi della statua dell’Immacolata (forse recuperata dalle macerie di una chiesa) posta in un angolo, impetrandone salvezza.

Mentre sotto il fragore delle bombe l’allarme suona senza sosta, si precipita giù per le scale il brigadiere Raffaele Maione che si tira dietro la giovane Melina in manette che ha appena sgozzato nel sonno il marchese di Roccafusca nel suo palazzo poco distante, dove lavorava come cameriera.

L’uomo in divisa, ligio al dovere e attaccato alla famiglia, attende la fine dei bombardamenti per condurre la ragazza in caserma, mentre il femminiello non rinuncia, con battute scherzose e lievi ammiccamenti, alla possibilità di esternare il suo affetto al brigadiere e il rammarico per non essere ancora riuscito a farlo capitolare.

Sulla scena, illuminata dai bagliori delle esplosioni e oscurata dai blackout per l’interruzione dell’energia elettrica, si svolge il dialogo fra i tre, con venature comiche e gergali all’inizio che virano verso connotazioni drammatiche man mano che la caparbia ostinazione della giovane a spiegare l’accaduto si affievolisce. Bambinella prega e ha fiducia nella bontà intrinseca dell’essere umano e nell’aiuto della Madonna, il brigadiere mantiene l’allure professionale e intende portare a termine il proprio dovere di uomo di legge, Melina si rifiuta di impetrare il perdono celeste e le sue empie esternazioni fanno sussultare la cantina piombata nel buio, seminando il panico.

Alla leggerezza si sostituisce vieppiù la riflessione sulle difficoltà della vita che impongono dure scelte per sopravvivere, e i cuori che battono sotto l’austerità della divisa e la frivolezza del travestimento devono prenderne atto. Il femminiello, informato come è sempre di tutte le traversie della povera gente, conosce le origini di Melina e ne compiange il destino che la giovane, finalmente liberata da ogni resistenza, inizia a raccontare. Il brigadiere elaborerà un nuovo concetto di giustizia in cui, dal confronto tra fede e potere, libero arbitrio e stato di necessità il giudizio finale sarà prerogativa della Madonna Addolorata.

Il duo brigadiere-femminiello mantiene l’alchimia della caratterizzazione televisiva: Antonio Milo ha la stessa severa bonomia del poliziotto e padre di famiglia col pensiero costantemente rivolto ai suoi cari; Adriano Falivene è magnificamente estroverso e dolente. Elisabetta Mirra è sorprendentemente determinata e tagliente nel rimbeccare le accuse in napoletano stretto, facendo emergere la rabbiosa denuncia della condizione femminile dell’epoca.

La regia di Alessandro D’Alatri, prematuramente scomparso qualche mese fa, dimostra la dimestichezza con i personaggi maturata dirigendo la prima edizione della serie televisiva, in sintonia con i ritmi della vicenda.

Anche le altre maestranze provengono dalla fiction, dalle scenografie di Toni Di Pace ai giochi di luce di Davide Sondelli, i costumi di Alessandra Torella e le musiche di Marco Zurzolo.

Scriveva D’Alatri nelle note di regia: “Questo nuovo progetto nasce come una costola della saga de “Il commissario Ricciardi”, dopo il successo della serie televisiva a cui ho lavorato. Dalla straordinaria e immaginifica penna di Maurizio de Giovanni, due tra i volti più colorati si staccheranno dalle vicende del filone corale del Commissario e torneranno a raccontarsi con il pubblico, ma questa volta dal vivo: il brigadiere Maione e il femminiello Bambinella.
Due figure che non fatico a descrivere come “maschere”, unici tra i personaggi dei romanzi ad indossare un costume: uno con il rigore della divisa e l’altro con la leggerezza della femminilità travestita. Troveremo la città di Napoli devastata dalle conseguenze del nazifascismo, martoriata dai bombardamenti, ma mai priva di quella carica di umanità e di amore per la vita
”.

Tania Turnaturi

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