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Teatrionline > Blog > Milano > Tutto quello che volevo: Cinzia Spanò all’Elfo Puccini
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Tutto quello che volevo: Cinzia Spanò all’Elfo Puccini

Lavinia Laura Morisco
Ultima modifica: 17 Dicembre 2024 16:33
Lavinia Laura Morisco
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Tutto quello che volevo di Cinzia Spanò
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Tutto quello che volevo Storia di una sentenza: un percorso a ostacoli nell’abisso della coscienzaTutto quello che volevo Storia di una sentenza è il tentativo ben riuscito di fare chiarezza sul processo di una vicenda che fece molto scalpore alcuni anni fa: la storia di due ragazzine minorenni che, dopo la scuola, si prostituivano in viale Parioli a Roma. Di e con Cinzia Spanò e con la regia di Roberto Recchia, la storia è raccontata dal punto di vista della Giudice Paola di Nicola Travaglini a cui è dedicato lo spettacolo. In scena all’Elfo Puccini dall’11 al 15 dicembre 2024.

È intensa l’interpretazione di Cinzia Spanò all’interno di questo spettacolo in cui, l’attrice, ha il difficile compito di immaginarsi nei panni della Giudice Paola di Nicola Travaglini che ha emesso la sentenza finale sulla vicenda. Lo spettatore è coinvolto in un duplice viaggio: da una parte c’è lo sviluppo dei fatti raccontati dai giornali in maniera errata e deviante, dall’altra, è posta la lente d’ingrandimento sulla vicenda attraverso la coscienza della Giudice.

Tutto quello che volevo è un percorso a ostacoli nell’abisso della coscienza, è un flusso di titoli di giornale nauseabondi scattati in fotografie mentali, registrazioni echeggianti di dichiarazioni e frasi che si trasformano in refrains da incubo dentro una scatola traumatica. La critica ai mass media che fanno leva sugli stereotipi è forte: Spanò fa riferimento agli appellativi dati superficialmente e pubblicamente a queste ragazze quali “Baby prostitute”, “Ragazze spregiudicate”, “Baby Squillo”. Le adolescenti diventano vittima due volte secondo il meccanismo di “vittimizzazione secondaria” per il quale, se la vittima non è percepita come tale, diventa vittima due volte.

Esisteva però un luogo in cui le lacrime di queste adolescenti non venivano mai asciugate: un seminterrato in via Parioli a Roma dove, senza neppure volerlo due ragazze, citate nello spettacolo con gli pseudonimi Laura e Valentina, si ritrovano a prostituirsi per uomini di famiglia benestanti, dopo aver risposto a un annuncio di lavoro in cui erano promessi molti soldi per poche ore di lavoro. Le ragazze capiscono che con la prostituzione possono comprarsi tutto ciò che vogliono e una di loro racconta che, tornando a casa sua, sentiva di essere una persona nuova, completamente diversa da quella che era poco prima in via Parioli. Questo accadeva, spiega Spanò nei panni della Giudice per quello che in psicologia viene chiamato “Dissociazione da trauma” tipica dei soldati in guerra e delle prostitute.

Sullo sfondo una scenografia mobile e che procede per immagini: dei divisori dove vengono proiettate ombre di persone, ricordi e disegni confusi di carte in bianco e nero. Il ticchettio insistente di un orologio sottolinea che non c’è più molto tempo ancora per poter salvare la dignità delle ragazze adolescenti. Voci di intercettazioni riascoltate. Paura. Smarrimento.

Bisognava prendere una decisione e subito.

La Giudice Paola interroga un imputato coinvolto di 35 anni con pseudonimo Mario Rossi. Le adolescenti coinvolte dichiarano che la prostituzione non aveva alcuno scopo, ma che questi soldi erano usati per shopping e acquisto di borse di marca. Neppure le mamme di queste ragazze sono state in grado di fare la cosa giusta: Laura racconta che era la madre stessa a pretendere dei soldi dalla ragazzina e a fare abuso di questa situazione.

Viene predisposto un risarcimento in denaro per queste ragazze, ma la Giudice si oppone, dicendo: “a Laura è stata tolta per sempre l’adolescenza, la dignità umana, la sessualità graduale e la libertà individuale. Come si può rappresentare con la stessa condotta – il denaro – il risarcimento?”

Alla vittima bisogna restituire tutto quello che le è stato tolto, ma come? Attraverso un risarcimento in libri: i romanzi di Virginia Woolf, il diario di Anna Frank, i romanzi di Emily Dickinson (…)L’unico strumento per restituire la dignità è la conoscenza.

Spanò riattraversa la mente della Giudice come in flusso di coscienza fortemente segnato da una vicinanza profonda a queste ragazze, sviluppando un meccanismo inevitabile di empatia partecipante e di immedesimazione. La seconda parte dello spettacolo è infatti un flashback nella carriera della Travaglini con un focus sul suo rapporto con gli uomini incontrati nel corso della sua carriera, che sfocia in una critica diretta agli stereotipi di genere e al patriarcato, in particolare alla poca considerazione che viene attribuita alla donna sui luoghi di lavoro, pensiamo alla frase “in alcune professioni le donne si sentiranno sempre ospiti”.

Tutto quello che volevo si muove quindi dal particolare all’universale, diventando a tutti gli effetti uno spettacolo dedicato alla donne e sulle donne. Di sicuro uno spettacolo carico di emozione, che invita a non abbassare mai la guardia e a lottare per dare valore ciò che si è e per ottenere ciò che si vuole, verso un’agognata sete e conquista di cultura e libertà. Un’esortazione a guardarsi sempre dentro  e a lottare contro i “mostri”. Scriveva Nietzsche in una frase citata all’interno dello spettacolo: “Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”.

Lavinia Laura Morisco

 

 

 

 

 

 

 

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