Zorro di Antonio Latella e Federico Bellini al Piccolo Teatro
Zorro o liberarsi dalla trappola delle convenzioni
Tre ore passano velocemente al Piccolo Teatro Grassi con lo spettacolo Zorro di Antonio Latella andato in scena dal 23 gennaio al 16 febbraio 2025.
All’ingresso del teatro dei clochards dalle vesti insolite ci accolgono con un secchiello d’oro (?): indossano abiti colorati dai mantelli scintillanti, sembrano arrivati direttamente da Las Vegas. Forse sono dei clochards travestiti, o forse dei supereroi? Quello che sono possono deciderlo o possono farlo decidere agli altri. Da cosa è determinata l’identità? Dal nostro passaporto, da come ci vedono gli altri o da ciò che siamo e che vogliamo essere? Dall’essere come esistere o dal non essere perchè non riconosciuti da un mondo convenzionale?
Zorro di Latella parte da qui, dal tema dell’identità, evidentemente centrale e già presente nella scenografia: per tutto il tempo della messa in scena fa da sfondo una cabina per fototessere automatiche che ha un ruolo attivo all’interno dello spettacolo, perchè, oltre a rappresentare il tema dell’identità, è anche una porta-apertura verso l’immaginazione, verso un dietro le quinte che può essere immaginato o intravisto, dal quale questi personaggi-fantasy – un poliziotto, un muto, un cavallo, un clochard (dai ruoli interscambiabili impersonati da Paolo Giovannucci, Michele Andrei, Stefano Laguni, Isacco Venturini) – escono e entrano con oggetti color oro: un megafono, un manganello, una sella, un secchiello.
Lo spettacolo dimostra di come sia possibile identificarsi nel proprio esatto opposto attraverso uno scambio di ruoli e essere perfettamente credibili. Soprattutto rendersi conto di quanto, il più delle volte, si sia più simili di quanto ci si aspetti, simili a quello che pensavamo essere il nostro esatto opposto appunto. I personaggi di questa commedia dell’arte moderna sono accomunati dall’abito che indossano, dall’essere poveri a seconda dei vari contesti e dalla condizione di essere sempre per strada e, per questo, dall’essere intrappolati dalle definizioni dettate dalle convenzioni e dalla maschera dei ruoli.
Lo spettacolo Zorro è come una street photography che prende vita su un palco-mixer in cui colori fluo vengono shakerati pronti a confondersi e contaminarsi in quadriglie – danze contadine diffuse in Francia tra ‘700 e ‘800 che prevedevano lo scambio di ruoli – che sostituiscono le scene tra giochi di parole, socratismi, teatro brechtiano e esplosioni comiche. La questione sull’identità riguarda anche i pronomi personali: i personaggi (tutti interpretati da uomini) esordiscono con un divertente gioco di pronomi – io, lei, lui – continuando a darsi del lei senza che ci sia alcuna lei in scena, l’equivoco è semplice: lei inteso come lei o come lui? Lui chi? Io o lei?
L’attesa dichiaratamente beckettiana di un appuntamento che non avrà mai luogo è metafora dell’attesa di un supereroe – Zorro – e di un mondo utopico dove i distributori automatici possono diventare delle democracy machines (distributori di democrazia), dove se ti chiedono un documento d’identità puoi dire di essere Beckett in persona e dove, se ti chiedono chi sei, puoi rispondere di essere Batman. Zorro diventa lo Zanni, il servo della commedia dell’arte sempre con le toppe, ma questa volta in una versione borghese, vestito di nero come Zorro mentre cerca di acchiappare una mosca facendo tip tap. Z è segno che si moltiplica nel ronzio di una mosca che diventa refrain onomatopeico, Z è la rivoluzione mancata, Z è l’attore mancato di Aspettando Godot di Beckett: “se avessero avuto i soldi per pagare un altro attore, Godot sarebbe venuto” (per citare una frase dei personaggi).
L’intero spettacolo è attraversato da un coinvolgente e imprescindibile viaggio musicale in cui ad accompagnare piacevolmente il pubblico è l’attore Isacco Venturini con cover di brani riconoscibili ( da “Un ragazzo di Strada” de i Corvi a “I will Survive” di Gloria Gaynor, giusto per citarne alcuni). Gli arragiamenti originali sono ben riusciti grazie alla sua voce dalla timbrica modulabile unita al suono onirico della chitarra elettrica.
Forse un giorno potrà accadere anche a noi, come è accaduto a Latella per le strade di Modena di incontrare un senzatetto travestito da supereroe o un supereroe travestito da povero, il vero protagonista di questo spettacolo. Lo spettacolo Zorro è un invito – quello di Latella – a guardare di più, a spingersi oltre facendo cadere le maschere, a spogliarsi a a togliere le vesti del ruolo per trovare risposta a un quesito ancora irrisolto:
“ma perchè non si può fare la rivoluzione senza le maschere?”
Lavinia Laura Morisco

