In scena al Teatro Argentina di Roma fino al 30 marzo 2025
Ha più di cento anni ed è ancora in scena. Diventato un classico. Rielaborato, attualizzato in questo allestimento da Valerio Binasco.
Il dramma più noto del teatro pirandelliano suscitò molta perplessità nel pubblico del Teatro Valle alla prima rappresentazione del 1921. Scardinando le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione codificati dall’umanesimo cinquecentesco e gli stilemi della narrazione teatrale che prevede i personaggi ideati dall’autore interpretati dagli attori, in questo dramma della trilogia del “Teatro nel teatro” sono i personaggi a presentarsi sul palcoscenico proponendo la rappresentazione della loro dolorosa vicenda umana. Anzi, a inscenarla personalmente andando indietro nel tempo, insoddisfatti dell’immedesimazione degli attori.
Valerio Binasco porta in scena non i personaggi di Luigi Pirandello, ma un adattamento dal dramma di Luigi Pirandello, che vira verso il giocoso e il contemporaneo.
Il sipario è semiaperto su una palestra con un canestro da basket, un pianoforte, un grammofono (scene di Guido Fiorato), sala prove di una scuola di recitazione. Entrano gli allievi del Teatro Stabile di Torino, con le luci in sala ancora accese e iniziano a recitare “Il giuoco delle parti” di Pirandello sotto la guida del loro direttore. I ragazzi sviluppano il loro laboratorio, il maestro/regista fatica a tenerli disciplinati durante i lunghi venti minuti di cicaleccio, cadenzato dal linguaggio gergale contemporaneo farcito di turpiloquio.
Rumorosi ed esagitati, intrecciano i diversi ruoli, mentre l’interprete di Silia, moglie di Leone e amante di Guido, si sente soffocare e non entra nella parte. Il regista le suggerisce di pensare a qualcuno che ha odiato, pur amandolo. Lei risponde il padre, che l’ha abbandonata. Quest’urlo risuona come un’agnizione sulla figura del padre dei “Sei personaggi in cerca d’autore” che entreranno in scena tra poco.
I ragazzi contestano la scelta di recitare Pirandello, così come Goldoni, Shakespeare, Molière, testi morti, di autori morti per un pubblico di morti. Esigono una drammaturgia contemporanea. Il capocomico ribatte che il suo compito è scovare quel che di contemporaneo si cela a insaputa di tutti nelle commedie dei secoli scorsi.
Dal gruppo colorato degli allievi emergono quattro figure vestite a lutto, con gli occhi bistrati di nero: il Padre, la Madre, la Figlia e il Figlio. La bambina e il ragazzo vengono presi dal gruppo degli studenti. Chiedono di rappresentare il loro personale dramma che nessun autore ha voluto scrivere lasciando le loro esistenze incompiute: un uomo distinto, una donna affranta, un giovane scontroso, una ragazza sfrontata, un giovinetto e una bambina silenziosi.
All’irritazione iniziale della compagnia fa seguito l’attenzione e l’ascolto del racconto dei personaggi che non hanno un nome, solo un ruolo.
Il Padre, accortosi dell’innamoramento della Madre per il segretario la lascia libera e affida il Figlio a una balia. Morto l’uomo, la Madre con la Figlia, il Giovinetto e la Bambina cadono in miseria e la donna trova lavoro come sarta presso Madama Pace che, scontenta di lei, induce la ragazza a incontrare gli uomini nel retrobottega. Un giorno, riconosciuto in un cliente il Padre, la Madre confessa la situazione e poi si stabilisce con i figli presso di lui, ma il Figlio, che era stato abbandonato, li respinge.
Il dramma familiare è vissuto ed espresso da ciascuno secondo la propria verità, inconciliabile con quella degli altri. Potrà un autore rappresentare tale caleidoscopio di sentimenti: il rimorso del Padre, l’angoscia della Madre, la vendetta della Figliastra, il risentimento del Figlio?
Gli allievi si cimentano nel tentativo di rappresentare i personaggi, ma non sono adeguati. Nella scena nell’atelier della signora Pace si cimenta anche a un ragazzo con parrucca bionda, ma sortisce un ridicolo effetto. La vita sovrasta la rappresentazione. “Ma che finzione! Realtà, realtà, signori! Realtà!” grida al capocomico il Padre sopraffatto dal dolore.
Letteratura, vita, finzione, realtà. La rivoluzione pirandelliana frantuma gli schemi di scrittura e rappresentazione. I personaggi cercano un autore e ricusano gli attori incapaci di interpretarli.
La rivisitazione di Binasco concede spazio alla Madre e molto alla Figlia, carica d’odio verso il patrigno e dalla risata esasperatamente acuta e sguaiata, mentre il Figlio è ombroso e maniacale. Valerio Binasco interpreta un Padre fragile e schiacciato dal dolore, goffo e lascivo coi pantaloni in mano mimando la scena dell’incesto, che si asciuga il viso con un fazzoletto bianco mentre farfuglia chiedendo di essere rappresentato.
Jurij Ferrini, nel ruolo di capocomico senza più tanta autorevolezza, ha cenni di comico realismo alternati a momenti di confusione di idee e fatica professionale nel tenere a bada i turbolenti allievi e le pressanti richieste dei personaggi.
Sara Bertelà è una Madre non dimessa ma vibrante, emblema della vergogna e del dolore che non vuole rivivere. Giordana Faggiano è una Figlia sfrontata e arrogante, preda di convulse e rabbiose reazioni verso il patrigno, che attraversa con fisicità aggressiva e sprezzante il palcoscenico denudandosi e assumendo forme scomposte, accompagnate da un frasario non previsto nel testo pirandelliano, ridendo sguaiatamente e ossessivamente. Giovanni Drago è il Figlio, tormentato nella cupa solitudine che non ammette redenzione, protagonista di un finale inventato da Binasco, che chiuderà il ciclico ripetersi.
Gli attori della compagnia non sono spettatori della storia, ma interagiscono, ridono, mostrano fastidio, qualcuno si lascia coinvolgere e non giudicano. Sono tutti impressionati, si fanno carico del dolore dei personaggi e, nel finale, li prendono per mano, avviandosi in gruppo verso il proscenio. Forse i giovani attori usciranno dalla loro crisi interpretativa e i personaggi potranno diventare esseri umani. Potenza dell’empatia!
La rivisitazione di Binasco rischia talvolta di sfociare nella parodia macchiettistica o assumere un’aura burlesca, che scongiura facendo affermare al capocomico che si tratta del moderno criterio di fare teatro, in un crogiuolo inestricabile tra arte e vita, essere umano e attore, realtà e finzione.
Esuberante la recitazione degli allievi della compagnia, vibrante quella dei personaggi. Costumi di Alessio Rosati, luci di Alessandro Verazzi, musiche di Paolo Spaccamonti.
Scrive Valerio Binasco nelle note di regia: “Anche se Pirandello pare non curarsene, il plot, la trama principale, c’è. Ed è quello che vede una compagnia di attori in profonda crisi creativa. Sia gli attori che il Regista-Direttore sembrano non capire più nulla di quello che stanno facendo. Questa compagnia presenta i sintomi di una malattia molto grave, diffusa nel mondo come una catastrofe, ovvero il degrado dell’arte teatrale. Pirandello, che voglia rivelarcelo o no, scrive questa commedia guardando dritto negli occhi il Teatro del suo tempo e dicendogli: stai morendo. Veniamo adesso a quel che vorrei fare io. Per me il plot principale, ovvero quello della crisi di una compagnia, è importante. Questa crisi si incarna quasi totalmente nel Regista-Direttore. Lui è il medium. La compagnia dei giovani attori, che percepisce di vivere un’epoca di crisi del teatro, è a sua disposizione. Farebbero di tutto per lui; e per sé stessi. Questi attori non sono per noi i citrulli incapaci di Pirandello, attori e attrici annoiati e in ritardo, stupidi, fatui, senza alcun interesse per quel che fanno. La nostra compagnia è fatta di giovani – interpretati dalle ragazze e dai ragazzi della Scuola per Attori del Teatro Stabile, giovanissimi davvero, nei primi anni della loro formazione – che, con il loro entusiasmo e la loro ingenuità, a volte anche la loro acerbità e goffaggine, sono attenti e sensibili. E queste loro qualità fanno percepire ancora più acutamente nell’animo del Regista-Direttore il disagio della sua inadeguatezza. Il Regista-Direttore, in prospettiva contemporanea, vive la crisi di insensatezza del fare teatro oggi. Non sa più cosa deve fare. Sa solo che per salvarsi la vita deve comunque fare qualcosa”.
Tania Turnaturi

