martedì 15 aprile – ore 21 – AMA / Auditorium Multidisciplinare – Arzachena (*in collaborazione con Deamater)
mercoledì 16 aprile – ore 20.30 – Teatro San Giuseppe / Teatro Bocheteatro – Nuoro
giovedì 17 aprile – ore 20.30 – Teatro Centrale – Carbonia
Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna
Stagione di Prosa 2024-2025
Marche Teatro – Teatro Metastasio di Prato – Fondazione Teatro di Napoli / Teatro Bellini
Ferdinando
di Annibale Ruccello
con Sabrina Scuccimarra – Anna Rita Vitolo – Arturo Cirillo – Riccardo Ciccarelli
scene Dario Gessati | costumi Gianluca Falaschi
musiche Francesco De Melis | luci Paolo Manti
regia Arturo Cirillo
l’immagine del manifesto è un’opera di Angelo Vasta | foto di scena Tommaso Le Pera
produzione Marche Teatro – Teatro Metastasio di Prato
Fondazione Teatro di Napoli / Teatro Bellini
martedì 15 aprile – ore 21 – AMA / Auditorium Multidisciplinare – Arzachena
(*in collaborazione con Deamater)
mercoledì 16 aprile – ore 20.30 – Teatro San Giuseppe / Teatro Bocheteatro – Nuoro
giovedì 17 aprile – ore 20.30 – Teatro Centrale – Carbonia
La fine di un’epoca e la caduta delle maschere con “Ferdinando” di Annibale Ruccello nella mise en scène di Arturo Cirillo, uno dei più interessanti e apprezzati registi italiani contemporanei, che divide il palco con Sabrina Scuccimarra, Anna Rita Vitolo e Riccardo Ciccarelli, e firma un allestimento raffinato e essenziale, con le scenografie di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi, le musiche di Francesco De Melis e il disegno luci di Paolo Manti (produzione Marche Teatro – Teatro Metastasio di Prato – Fondazione Teatro di Napoli / Teatro Bellini).
La sorprendente e avvincente “commedia nera” (premio IDI 1986 come miglior testo teatrale) in cartellone martedì 15 aprile alle 21 all’AMA / Auditorium Multidisciplinare di Arzachena (per la Stagione di Teatro e Danza 2024-2025 realizzata in collaborazione con Deamater), mercoledì 16 aprile alle 20.30 al Teatro San Giuseppe / Teatro Bocheteatro di Nuoro e infine giovedì 17 aprile alle 20.30 al Teatro Centrale di Carbonia sotto le insegne della Stagione di Prosa 2024-2025 organizzata dal CeDAC Sardegna affronta il tema delle relazioni, tra la forza dei legami di affetto e di sangue e i sottili giochi di potere, e la seduzione della giovinezza, nella consapevolezza della brevità dell’esistenza umana e dell’approssimarsi della morte.
“Ferdinando” disegna un vivido affresco della società, in una lingua ibrida in cui si mescolano italiano e napoletano, e si inserisce nella grande tradizione del teatro partenopeo, con un inedito “ritratto di famiglia” sullo sfondo della Storia: nel Meridione d’Italia, dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie, l’aristocratica Donna Clotilde si ritira nella sua villa vesuviana, in compagnia della cugina Gesualda, tra le visite di Don Catellino, l’ambiguo prete di famiglia, finché l’arrivo di un giovane nipote stravolge gli equilibri. Il capolavoro di Annibale Ruccello racconta – come sottolinea Arturo Cirillo nelle Note di Regia – «il desiderio per un inafferrabile adolescente, nato da un inconsolabile bisogno d’amore, matura nella mente di tre personaggi disperati, prigionieri della propria solitudine, esacerbati dall’abitudine». Una pièce conturbante, dove la presenza di Ferdinando riaccende le passioni e porta alla luce antichi segreti: in «un teatro della crudeltà mascherato da dramma borghese» – sostiene Cirillo – l’autore, con la sua cifra originale e trasgressiva, evoca il senso arcano di un “sortilegio”.
per saperne di più: www.cedacsardegna.it
Un ritratto di famiglia (in un inferno) tra legami di sangue e raffinati (e perversi) giochi di potere con “Ferdinando” del drammaturgo partenopeo Annibale Ruccello nell’intrigante mise en scène firmata da Arturo Cirillo, che mette l’accento sulla potenza rigeneratrice ma anche distruttiva delle passioni, con le evocative scenografie di Dario Gessati, i costumi di Gianluca Falaschi, le musiche di Francesco De Melis e il disegno luci di Paolo Manti (produzione Marche Teatro – Teatro Metastasio di Prato – Fondazione Teatro di Napoli / Teatro Bellini) in cartellone martedì 15 aprile alle 21 all’AMA / Auditorium Multidisciplinare di Arzachena (per la Stagione di Teatro e Danza 2024-2025 realizzata in collaborazione con Deamater), mercoledì 16 aprile alle 20.30 al Teatro San Giuseppe / Teatro Bocheteatro di Nuoro e infine giovedì 17 aprile alle 20.30 al Teatro Centrale di Carbonia sotto le insegne della Stagione di Prosa 2024-2025 organizzata dal CeDAC / Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal Vivo in Sardegna con il patrocinio e il sostegno del MiC / Ministero della Cultura, della Regione Autonoma della Sardegna e dei Comuni aderenti al Circuito e con il contributo della Fondazione di Sardegna.
Una commedia nera da cui affiora un vivido affresco del Meridione d’Italia, con la fine del Regno delle Due Sicilie e l’avvento della monarchia sabauda, dove la tragica e inevitabile decadenza dell’antica aristocrazia filoborbonica si contrappone alla forza prorompente della giovinezza: l’arrivo di Ferdinando, figlio di una lontana cugina, stravolge la routine della ricca dimora di Donna Clotilde, ritiratasi in volontario isolamento, lontano dai fasti mondani e dal trionfo della “nuova” borghesia, in compagnia di Gesualda, una parente povera e dell’infido e servile don Catellino. Nella villa vesuviana della baronessa il tempo sembra essersi fermato, nel trascorrere di giornate sempre uguali, tra le cure e le preoccupazioni per la salute dell’ipocondriaca nobildonna e le false premure della cugina nubile e inasprita dalla solitudine (nonostante la sua segreta liaison con il sacerdote, unico visitatore del mesto gineceo), con la ripetizione di dialoghi, di perfide allusioni e di piccoli e grandi atti di crudeltà, in una sorta domestico e immutabile rituale. Il bel nipote sedicenne, rimasto orfano, porta con sé il fascino della novità, insieme con l’energia e la spensieratezza proprie della sua età, quasi a spazzar via la polvere dei secoli infrangendo il silenzio delle antiche stanze, vibranti di sussurri e segreti, di pensieri nascosti e inconfessabili desideri e risvegliando nelle due donne (e perfino nel sacerdote) l’interesse e l’amore per la vita.
«Ovviamente, non mi interessava minimamente realizzare un dramma storico: accanto a questa lettura più palese e manifesta, prende corpo l’analisi e il tentativo fotografico di messa in evidenza dei rapporti affettivi intercorrenti fra quattro persone in isolamento coatto» – affermava l’autore Annibale Ruccello, figura di spicco della nuova drammaturgia napoletana e del teatro italiano del Novecento, prematuramente scomparso nel 1986 a poco più di trent’anni –. «Gli odi, i desideri, le bramosie sessuali, le vendette, le sopraffazioni, le tenerezze, gli abbandoni, fra quattro personaggi, tutti perduti, dannati da una storia diversa per ognuno, ma sempre inclemente e perfida. La forma utilizzata per narrare queste intenzioni è inizialmente quella del vecchio romanzo realista che lentamente si degrada in romanzo d’appendice, se non in romanzo vero. E questo degradarsi della forma narrativa va di pari passo con il degradarsi della vicenda e dei personaggi».
Dietro le mura della villa, nel microcosmo dominato da Donna Clotilde, scheggia di un universo (auto)condannato all’estinzione e all’esilio dopo la caduta della dinastia borbonica, l’apparizione di Ferdinando, fanciullo salvifico, creatura dall’aspetto angelico e dal cuore imperscrutabile, distrugge i fragili equilibri: la sua innegabile avvenenza turba gli animi dell’aristocratica dama e dell’infedele e indocile ancella così come dello stravagante consigliere spirituale. Creatura innocente o pericoloso demone, il ragazzo diventa il fulcro di accese passioni, illumina il paesaggio desolato di suscitando inattese emozioni in quelle donne amareggiate e deluse, attira su di sé l’affetto e le attenzioni delle zie (e del prete) e naturalmente e quasi inconsapevolmente seduce tutti con la sua sua bellezza e la sua grazia maliziosa d’adolescente. “Ferdinando” di Annibale Ruccello (Premio IDI 1986 come miglior testo teatrale) indaga tra i labirinti della mente e del cuore, tra il dramma della solitudine e il “peccato” d’orgoglio, facendo riaffiorare i ricordi e portando alla luce gli inganni, i tradimenti e perfino i delitti consumati nella villa alle pendici del vulcano, mettendo così in risalto l’ipocrisia e il gioco delle maschere attraverso le storie emblematiche di quattro personaggi, i cui destini si intrecciano tra vizi segreti e pubbliche virtù. Un’opera folgorante, in una lingua ibrida arricchita dalla musicalità e dall’immediatezza del dialetto napoletano, che accende l’immaginazione, per una riflessione sulla fragilità della natura umana, soggetta alle tentazioni, vittima delle sue stesse passioni, accecata e vulnerabile davanti alla bellezza.
«Logica ed inconsueta, allo stesso tempo, mi appare la mia decisione di portare in scena “Ferdinando” di Annibale Ruccello» – sottolinea Arturo Cirillo nelle Note di Regia – «logica perché riconosco in Ruccello un mio autore, un autore sul quale sono tornato più volte, e con spettacoli per me importanti. Ma la scelta mi appare anche inconsueta, poiché per me Ferdinando è sempre stato legato allo spettacolo che curò l’autore stesso (nonché primo interprete del ruolo di Don Catellino), che ha girato per molti anni tutta l’Italia avvalendosi della grande interpretazione di Isa Danieli.
Inoltre per me il testo è sempre apparso molto diverso da tutti gli altri di Ruccello, un testo più realistico, storico, un dramma con una struttura classica. Il desiderio per un inafferrabile adolescente, nato da un inconsolabile bisogno d’amore, matura nella mente di tre personaggi disperati (Donna Clotilde, Donna Gesualda e Don Catello), prigionieri della propria solitudine, esacerbati dall’abitudine. Allora tutto l’aspetto storico mi è apparso una finzione, un teatro della crudeltà mascherato da dramma borghese, in cui anche la lingua, il fantomatico napoletano in cui si sostanzia Donna Clotilde, è esso stesso lingua di scena, lingua di rappresentazione, non meno del tanto “schifato” italiano».
“Ferdinando” mette a confronto tre figure inconsapevolmente tragiche, dolorose e cupe, nel loro mondo fatto di segreti e rancori, immerse nella nostalgia di un passato ormai irrimediabilmente perduto, finché l’arrivo di « Ferdinando, ragazzino normale di un tempo presente, portatore solo del proprio corpo giovane» stravolge l’ordine apparente delle coste, instilla nuovi pensieri e suscita mancanze, e i tre, ammaliati, sul quell’inatteso ospite «disegnano le proprie visioni e i propri desideri» e «trascendendo dalla persona in sé, come spesso avviene nell’innamoramento, si ingannano e si lasciano ingannare». Un’epifania sorprendente, con tutto lo splendore della giovinezza, ravviva per brevi istanti quelle spente e incolori esistenze, regala l’illusione fragile del piacere sensuale, quasi una scintilla di felicità: «dopo gli resta solo la constatazione del proprio fallimento e della propria folle e disperata solitudine, in un luogo spettrale abitato dai morti e dai ricordi».
E infine conclude Cirillo: «Mi pare che con Ferdinando, ancora una volta e ancora di più, Ruccello faccia fuori i generi, sessuali e spettacolari, per mettere in scena l’ambiguo e il sortilegio».

