L’irriverente rivisitazione del mito del libertino secondo il regista russo
Maestosi nella loto intimità gli spazi della Basilica di Massenzio che accoglie il Don Giovanni di Mozart nell’eccentrica visione di Vasily Barkhatov, secondo titolo operistico e nuova produzione del Teatro dell’Opera di Roma nell’ambito del Caracalla Festival 2025.
Cinque recite a luglio, sempre affollatissime, per un titolo di grande fascino, ma che sorprende la platea con una scenografia pienamente immersa negli spazi della Basilica che si trasforma in un vero e proprio luna park fra giostre volanti, labirintiche sale degli specchi che emulano le foreste, panchine, roulotte o carretti con lo zucchero filato (scenografie di Zinovy Margolin, costumi moderni di Olga Shaishmelashvili).
“Il mio Don Giovanni è un viaggio nella storia del personaggio, dalla sua infanzia fino all’età adulta e alla morte, ripercorrendo i traumi che ha subito, ma senza dimenticare la visione umoristica” aveva anticipato il regista, esponente della nouvelle vague artistica europea e selezionato da Damiano Michieletto curatore del festival, al suo primo Don Giovanni confermando che la messinscena non sarebbe stata affatto tradizionale.
E così è effettivamente stato. Fra tragedia e humor si consuma la vicenda dell’impenitente seduttore che il regista affida a Roberto Frontali, acclamato baritono romano, al debutto nel ruolo del libertino maturo che ripercorre la sua vita.
Il regista opta per una visione psicoanalitica del personaggio offrendo nell’ouverture allo spettatori i traumi infantili di Don Giovanni, indirettamente responsabile della morte di un padre (che poi sarà anche il Commendatore), misogino e ottuso, chiaro esempio di mascolinità, nel difendere la madre, umiliata, ma comunque servile e sottomessa nei confronti del marito. E così i fantasmi e i traumi dell’infanzia infelice vengono offerti allo spettatore con il ritorno in scena dei severi genitori che additano il figlio ormai adulto guardandolo trucemente e “creano” Don Giovanni che sconta la sua colpa nel corso di tutta la sua vita rendendolo ciò che è: un impenitente e incallito libertino che seduce e abbandona le donne.
Discutibile, seppur pienamente funzionale, la scelta di ambientare l’opera all’interno di un fatiscente luna park, tra roulotte, peluche giganti, tiri al bersaglio o giostre volanti che ospitano le avventure amorose di Don Giovanni salvo poi trasformarsi in un gioco di specchi che emulano la foresta del secondo atto. D’altro canto, proprio la scelta del luna park finisce per giustificare ogni eccesso, dai peluche ai costumi al trenino che porta il coro dei paesani trasformati in ospiti di una festa di addio al celibato/nubilato, offrendo un lato giocoso alla vicenda.
Numerose poi le invenzioni del regista: tra le tante, Don Giovanni che tenta un approccio a tre in Là ci saremo la mano, ma sempre con scarso successo o il marchio della seduzione simboleggiato in una vistosa collana gialla, Il regista aveva parlato di un viaggio fra tragedia e humour, ma di tanto in tanto si scivola anche involontariamente (?) nel surreale (Donna Anna, Don Ottavio, Donna Elvira bizzarramente mascherati prima della festa) arrivando a forzare un po’ troppo la vicenda.
Sembra infatti che a perdersi in questo luna park dove accade di tutto sia proprio la fascinazione di un personaggio seducente e impenitente che attrae nonostante il suo pessimo comportamento: Don Giovanni/Frontali (indiscutibilmente ottima la prova vocale), tende però quasi a scomparire in mezzo agli altri, non ha la forza seduttiva, non è il protagonista che tutti cercano e viene ridotto ironicamente a patetico seduttore sul viale del tramonto con i pantaloni bianchi alla ricerca di una giovinezza perduta. Altrettanto prezioso il resto del cast che annovera grandi protagonisti della scena lirica, Vito Priante/Leporello, Maria Grazia Schiavo appassionata Donna Anna, Carmela Remigio ossessiva Donna Elvira, Eleonora Bellocci/Zerlina, Anthony León/Don Ottavio, Mihai Damian/Masetto e Gianluca Buratto/Commendatore, e che si muove sempre in gruppo, ma non ha la forza di emergere singolarmente. Una garanzia la prova del Coro del Teatro diretto da Ciro Visco. Apprezzata la scelta Alessandro Cadario, per una direzione più analitica che trascinante sul podio, di optare per la versione viennese del 1788 con le due arie di Donna Elvira, il taglio di alcuni recitativi e del concertato finale anche per l’ultima recita funestata dalle interruzioni per pioggia che il cast riesce fortunatamente a concludere nonostante l’incertezza.
Fabiana Raponi

