Andato in scena all’Arena del Sole di Bologna
Una magia che è più del teatro. Una magia che è più della parola. Una magia che è più di un corpo in movimento. Abracadabra, andato in scena all’Arena del Sole di Bologna, è tutto questo e molto di più: un esperimento di presenza e sparizione firmato dal CollettivO CineticO e da Francesca Pennini. Sul palco il corpo si disgrega e si ricompone, la voce diventa gesto, la luce scrive e cancella i confini del visibile. Lo spettatore non assiste, viene risucchiato in un incantesimo che lo costringe a guardare con altri occhi, a interrogarsi su ciò che resta quando il corpo svanisce.
Abracadabra, come afferma la stessa Pennini,parte da un esperimento di radicale sparizione. Una sparizione di 130 giorni nei quali nessuno sapeva dove fosse la protagonista: cosa resta del corpo quando non è più visibile? Da questa domanda cardine nasce il desiderio di esplorare l’assenza come materia scenica, mettendo in discussione il concetto stesso di identità. Chi siamo quando non ci vedono? Dove finisce il corpo e dove inizia il pensiero che lo ricorda o che lo immagina?
L’origine etimologica aramaica della parola abracadabra può essere tradotta come “creo mentre parlo” o “io creo secondo la parola”. La Pennini riprende proprio questa idea: la parola come atto magico e performativo, che genera realtà nel momento stesso in cui viene pronunciata. Nella scena la voce, il suono e il gesto non rappresentano qualcosa ma creano qualcosa.
Quello messo in scena dal CollettivO CineticO è molto più di un semplice spettacolo teatrale, è un lavoro che porta a una riflessione profonda sull’essere o sul non essere, sull’invisibile come spazio possibile. “Abracadabra” è anche una metafora del teatro stesso: un luogo in cui qualcosa appare per un istante, vive davanti agli occhi del pubblico e poi sparisce, lasciando solo la traccia emotiva: ogni spettacolo è un piccolo incantesimo: esiste solo per chi lo vede, e poi si dissolve.In sintesi, Abracadabra nello spettacolo è la parola che fa apparire l’assenza. È un incantesimo che non serve a stupire, ma a ricordare che ogni gesto, ogni parola, ogni corpo è destinato a svanire e, proprio per questo, è prezioso.
Alla fine, il silenzio esplode in suono. Le note di David Bowie attraversano la scena come una scossa vitale, un ritorno improvviso alla materia, al battito, alla luce. Dopo la sospensione, l’energia del corpo torna a farsi presenza, desiderio, respiro condiviso. Abracadabra non si guarda: si vive. È un rito di trasformazione in cui la sparizione diventa danza, e la magia — quella vera — accade quando ci scopriamo ancora lì, spettatori e corpi, dentro lo stesso incanto.
Amelia Di pietro

