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“Donizetti opera 2025”, “Il furioso nell’isola di S. Domingo” al debutto

Vito Fabio
Ultima modifica: 12 Novembre 2025 11:18
Vito Fabio
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La prossima domenica pronto il nuovo allestimento e sul podio per la prima volta, Alessandro Palumbo, alla guida dell’Orchestra Donizetti Opera e del coro dell’Accademia Teatro alla Scala

È “Il furioso nell’isola di S. Domingo” l’opera che completa il cartellone del Donizetti Opera 2025: altro titolo raro, proposto nell’edizione critica di Eleonora Di Cintio per Casa Ricordi, che si aggiunge a Caterina Cornaro e al dittico formato dagli atti unici Il campanello e Deux hommes et une femme, e che debutterà domenica 16 novembre alle ore 15.30 al Teatro Donizetti con un nuovo allestimento. Lo spettacolo sarà in scena in anteprima per il pubblico Under 30 giovedì 13 novembre alle ore 17.00 e poi in replica venerdì 21 e sabato 29 novembre, Dies Natalis del compositore, alle ore 20.00.


Sul podio Alessandro Palumbo, per la prima volta alla guida dell’Orchestra Donizetti Opera e del Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, preparato da Salvo Sgrò. Il nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti segue la regia di Manuel Renga, apprezzato regista che in diverse edizioni del Donizetti Opera ha curato progetti per il pubblico giovane e che quest’anno firma, inoltre, l’Opera Family Il furioso Gaetano nell’isola di S. Domingo, proprio ispirata a questo titolo donizettiano. Lo spettacolo ha le scene e i costumi di Aurelio Colombo e le luci di Emanuele Agliati. A interpretare il ruolo di Cardenio sarà il baritono Paolo Bordogna e, come Eleonora, farà il suo debutto nel ruolo e al Donizetti Opera Nino Machaidze. I panni di Kaidamà saranno vestiti da Bruno Taddia, quelli di Marcella da Giulia Mazzola, mentre Fernando e Bartolomeo saranno rispettivamente Santiago Ballerini e Valerio Morelli.

Il furioso nell’isola di S. Domingo, rappresentato per la prima volta al Teatro Valle di Roma nel 1833, riscosse un immediato successo con decine e decine di repliche in tutta Italia: a Napoli, addirittura, venne rappresentato in tre teatri contemporaneamente. L’opera si incentra sulla figura di Cardenio, personaggio ispirato all’uomo senza senno della Sierra Morena nel Don Chisciotte di Cervantes e protagonista di un lavoro teatrale in cinque atti anonimo da cui Iacopo Ferretti trasse il libretto, ambientato però nell’isola caraibica.

Da questa nuova ambientazione – spiega Candida Billie Mantica, musicologa del Centro Studi Donizettiani – derivano nuovi personaggi assenti nel testo di Cervantes e in quelli teatrali: oltre a Bartolomeo, «custode degli schiavi», e alla figlia Marcella, emerge la figura di Kaidamà, personaggio comico che affonda le radici nella tradizione della commedia dell’arte. Accanto alla funzione immediata di suscitare il riso, Kaidamà innesca una riflessione sociale più profonda e amara, restituendo in forma grottesca ma cruda una dinamica razziale di violenza e sopraffazione. La sua condizione servile e la sua subordinazione a Bartolomeo – resa esplicita attraverso l’oggetto simbolico del frustino – trovano espressione sin dalle prime battute e ancorano l’azione a un contesto segnato dalla gerarchia coloniale. Nel corso delle sue apparizioni successive Kaidamà è costantemente tenuto sotto scacco, diviso tra il timore del «matto» – dei cui scatti d’ira è qui l’unica vittima – e quello del frustino, non senza lasciar trapelare accenni nostalgici alla propria terra d’origine. Sebbene l’azione non indichi un momento storico preciso, è chiaro che alluda a una questione che allora ebbe notevole eco in Europa – e in Italia – seppur filtrata attraverso le maschere tipiche della commedia dell’arte. Non si dimentichi, d’altronde, che l’azione teatrale circolava in Italia proprio grazie alle compagnie di attori che animavano quel repertorio. La brutalità del rapporto tra schiavo e padrone, insieme alla carica razzista insita nelle parole pronunciate da Bartolomeo rende visibile, senza alcuna mediazione, una dinamica di sopraffazione che va riconosciuta e condannata come tale, anche per mezzo della finzione teatrale».

L’edizione critica eseguita a Bergamo ripristina alcuni tagli effettuati durante la stagione del debutto romano, inserendo quindi la versione completa del recitativo secco che segue il duetto fra Cardenio ed Eleonora «La mia vittima è qui… Apri il ciglio» e l’impiego della Sinfonia al posto del Preludio.

«Donizetti è prosecutore di una scuola compositiva che vedeva in Rossini il suo massimo rappresentante – racconta il direttore d’orchestra Alessandro Palumbo – Se pensiamo che l’ultima opera del maestro pesarese è del 1829, risulterebbe difficile immaginare che non ci sia stata un’influenza diretta. Non dobbiamo però dimenticare che Il furioso è del 1833 (scritta nel 1832), e si colloca quindi giusto a metà della carriera operistica di Donizetti, il quale nel frattempo aveva già composto capolavori come L’elisir d’amore, Anna Bolena e Il diluvio universale. Stiamo parlando pertanto di un Donizetti maturo, consapevole dei propri mezzi e che possedeva già un colore compositivo personale e perfettamente riconoscibile. All’epoca è stata uno dei più grandi successi di Donizetti e poi curiosamente sparisce dai teatri. Credo che il motivo sia da rintracciare in un cambio di gusto; l’opera, il soggetto, l’impianto musicale, assecondavano moltissimo il gusto dell’epoca. Per questo, nonostante sia un’opera che presenta molti elementi di novità, non ha avuto la forza necessaria di sopravvivere come L’elisir o Lucia, che affrontano tematiche simili ma da una prospettiva più universale e forse atemporale. È giusto quindi che il suo Festival la faccia riscoprire e risplendere sotto una nuova e più moderna luce, e spero che serva ad esempio ad altri teatri».

Il punto di partenza per il regista Manuel Renga è una frase di Bartolomeo nel secondo atto del Furioso che parafrasata dice: la pazzia è un albero al quale si possono tagliare i rami ma le radici rimangono sempre. «Questa è l’immagine che ha generato la mia prima idea di regia – commenta il regista Manuel Renga – Le radici della pazzia di Cardenio sono rimaste e trent’anni dopo danno nuovo germoglio. L’azione si svolge in una casa di cura dove è ospitato il vecchio Cardenio; attraverso la sua memoria riviviamo i fatti che si sono svolti nell’isola di San Domingo trent’anni prima. Così abbiamo Cardenio giovane e il suo doppio, Cardenio anziano, definiti dai costumi che raccontano due tempi storici precisi, quello del passato e quello del presente ambientato nella sua stanzetta (ho pensato alla Casa di riposo Verdi, non a un manicomio). Ogni oggetto porta a un ricordo, a un evento avvenuto sull’isola, è tutto molto teatrale, gli elementi scenici appaiono e scompaiono, e diventano ponti tra il presente e la memoria. Ad esempio, sull’armadio c’è un piccolo vascello giocattolo; quando il vecchio Cardenio lo prende in mano arriva suo fratello Fernando: è un gioco teatrale. È un’opera complessa, il semiserio è difficile da collocare: la follia, il dramma d’amore sembrano prevalenti, ma poi ci sono alcuni frammenti più comici normalmente portati da Kaidamà. Il gioco consiste nel trovare l’equilibrio. Tuttavia la chiave malinconica nel ricordo del passato è importantissima».

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