In scena al Teatro Vittoria di Roma fino al 30 novembre 2025
Lo scrittore Stefano Massini ha trovato da anni nel talento teatrale di Ottavia Piccolo una sublime cassa di risonanza della sua drammaturgia e un’assonanza di anelito civile.
Il racconto inizia col rapimento di Giacomo Matteotti, alle 16,30 del 10 giugno 1924, sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma, quando alcuni testimoni dichiarano di aver assistito a una colluttazione all’interno di una vettura e di aver visto espellere qualcosa che si rivelerà essere il tesserino del deputato Giacomo Matteotti.
Frequenti flashback tratteggiano il pensiero e l’azione del politico socialista, soprannominato Tempesta per l’irruenza espressiva e per il coraggio delle idee in un tempo che non consentiva libertà di parola.
Il giorno dopo la sparizione il Corriere Italiano, voce del regime, per dileggio scriverà che non c’era da preoccuparsi, era questione di ballerine. I ragazzini all’angolo della strada potevano continuare a giocare, sotto il sole di giugno, perché non era successo nulla.
Originario di Fratta Polesine, Matteotti conosceva e sosteneva le lotte dei lavoratori contro i padroni per ottenere migliori condizioni di lavoro e salari più adeguati.
Ottavia Piccolo infonde passione in questa battaglia civile, mentre sul fondale trascolorano le immagini brumose delle lagune polesane. Alternando intonazioni e posture, delinea l’ascesa del fascismo, il legame con i grandi proprietari terrieri che nella valle del fiume Po in Emilia e nel Polesine finanziano e proteggono le squadre di picchiatori organizzate da Italo Balbo, il Contessino fascista. Matteotti accusa gli agrari di avvalersi della violenza e illegalità fasciste, pur andando a messa tutte le domeniche. Coglie la pericolosità del fascismo dopo la Marcia su Roma cui aveva partecipato tanta gente: “Il pericolo più grande, la malattia che fa morire un uomo è quella che non senti crescere”.
È intransigente nel denunciare gli abusi, il disordine, l’eversione, la persecuzione dei dissidenti: “Quando io apro bocca non lo faccio solamente per sfiatare i mantici. Il fascismo ha assoluto bisogno di sentirsi in pericolo, di attaccare per non essere attaccato”.
Abile oratore, usa le parole per smascherare il potere. E saranno le parole a decretare la sua condanna a morte, quando nella seduta parlamentare del 30 maggio 2024, denuncia i brogli e le violenza esercitata dai fascisti per assicurare la vittoria elettorale al Partito: “Io denuncio la manovra politica con cui si è spacciata l’eversione più radicale camuffandola nel suo esatto opposto, ovverosia nella garanzia dell’ordine. Io denuncio il sistematico uso della forza, la riduzione al silenzio delle voci dissenzienti. Io denuncio all’Italia e al mondo intero che un mostro chiamato fascismo ogni giorno diventa più potente proprio grazie al silenzioso assenso di chi lo svaluta, lo legittima e non lo combatte!”.
Dopodiché si rivolge ai parlamentari: “Il mio discorso l’ho fatto. Ora preparatevi qualcosa da dire al mio funerale”.
Spesso lasciato solo, gli stette coraggiosamente sempre accanto la moglie Velia. Qualche giorno dopo il rapimento la donna si reca da Mussolini che tenta di rassicurarla pur conoscendo quanto accaduto. La donna percepisce di essere ‘la vedova Matteotti’ e gli dice di ritenerlo responsabile della morte del marito e che nessun esponente del regime dovrà presenziare al funerale. Questa versione è una scelta drammaturgica di Massini, che desume il colloquio da ciò che Velia scrisse al duce dopo due mesi dalla scomparsa ma prima del ritrovamento del corpo.
A cento anni dal delitto politico del ventennio, Stefano Massini (unico italiano ad aver vinto il Tony Award, l’Oscar della drammaturgia con The Lehman trilogy) propone così una dissezione del regime, attraverso la vicenda umana e politica di un uomo coraggioso e lungimirante che ne coglieva tutta la potenziale tragicità.
Il flusso di memoria sgorga senza soluzione di continuità con Ottavia Piccolo che modula accenti e tensione mimica, sostenuta dagli interventi musicali dell’Orchestra multietnica di Arezzo scritti da Enrico Fink, che amplificano il peso delle parole. L’ensemble musicale fonde strumenti tradizionali e suoni contemporanei, eseguiti dai solisti Massimiliano Dragoni (hammer dulcimer, percussioni), Luca Roccia Baldini (basso), Massimo Ferri (chitarra), Gianni Micheli (clarinetto basso), Mariel Tahiraj (violino) ed Enrico Fink (flauto, EWI).
La regia di Sandra Mangini proietta sul fondo a ogni variazione di tema la parola che lo rappresenta: Armi, Supremazia, Il capo, Violenza e molte altre. Video di Raffaella Rivi, luci di Paolo Pollo Rodighiero. Essenziale la scenografia di geometrici praticabili di Federico Pian, costumi di Lauretta Salvagnin, con un vestito di Ottavia Piccolo realizzato da La Sartoria – Castel Monte onlus.
Passione civile, sensibilità recitativa e musiche che evocano il clima dell’epoca. Per cogliere i segni dell’eversione. Per non dimenticare.
Tania Turnaturi

