Una sottile polvere che non appartiene alla terra, ma al tempo, si deposita sugli occhi dello spettatore appena varcata la soglia del Teatro Astra. Non è la polvere di Tebe, né quella di una Parigi occupata, ma è la cenere radioattiva delle nostre coscienze, un residuo ontologico che Roberto Latini soffia via con un respiro, trasformando il palcoscenico in un non-luogo, un acquario di voci dove la tragedia non accade: è già accaduta, e noi siamo lì solo per celebrarne il rito funebre e vitale. Nell’allestimento dell’Antigone di Jean Anouilh, Latini compie un atto di sciamanesimo teatrale che scardina la logica binaria del conflitto per approdare a una vertigine metafisica. Dimenticate il sesso, dimenticate il genere, dimenticate la verosimiglianza. La sua regia visionaria costruisce una cattedrale di specchi infranti dove l’identità è un fluido che scorre tra vasi comunicanti. Latini stesso è Antigone, o meglio, è il dolore di Antigone che ha preso possesso di un corpo maschile per urlare la sua necessità. La sua performance non è interpretazione, è incarnazione di un dilemma: la sua figura scenica, tesa come una corda di violino pronta a spezzarsi, diventa essa stessa la “postura resiliente” contro ogni dogma, non solo quello di Creonte, ma quello del teatro borghese. Vedere Latini-Antigone fronteggiare Francesca Mazza-Creonte è assistere a un’eclissi in cui i corpi celesti si scambiano le orbite. È un soliloquio a più voci, una confessione intima sussurrata dentro microfoni che amplificano non il suono, ma l’anima. Le voci, curate come sempre dalla partitura sonora liquida e avvolgente di Gianluca Misiti, diventano personaggi autonomi, fantasmi che abitano una scenografia fatta di detriti moderni. Latini ci costringe a guardare l’abisso e l’abisso ci risponde con la voce di Manuela Kustermann, ieratica Nutrice e Coro, che ci ricorda l’ineluttabilità della macchina tragica. Ma è nel controcanto straziante di Silvia Battaglio che lo spettacolo trova una delle sue vette emotive più acuminate. La sua Ismene non è semplice spalla, ma specchio ustionante della paura umana: l’attrice compie una ricerca fisica formidabile, disegnando una partitura espressiva dove il corpo si fa geroglifico di un terrore ancestrale e la voce si rompe in mille schegge di vetro. E quando la Battaglio trasmuta nel Messaggero, assistiamo a un miracolo di crudeltà poetica: è un portatore di sventura che ci strazia anima e cuore non per la novità dell’orrore, ma proprio perché ci consegna ciò che già sappiamo. Il suo racconto è una litania del dolore previsto, un macigno che ci schiaccia proprio perché lo aspettavamo, rendendo la sua performance un esercizio di pietà che toglie il fiato. La struttura performativa eretta da Latini è un tempio fragile e potentissimo, dove la recitazione si spoglia di ogni orpello per farsi “filosofia che ci cammina accanto”. È un teatro che chiede, che interroga, che non dà risposte ma offre ferite. Uscendo dalla sala, ci si sente orfani eppure stranamente consolati, consapevoli che quel corpo insepolto di cui si parla siamo noi, e che in quella “piccola magra” che dice di no a tutto c’è l’unica, vera possibilità di salvezza dalla tirannia del consenso. Un’opera d’arte totale, un canto del cigno che è in realtà un urlo di nascita, perché tutte le scelte che non abbiamo fatto ci hanno portato dove siamo adesso. Imperdibile, doloroso, necessario.
Visto sabato 31 gennaio 2026
Teatro Astra – Torino
Antigone
di
Jean Anouilh
traduzione
Andrea Rodighiero
regia
Roberto Latini
con
Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza
scene
Gregorio Zurla
costumi
Gianluca Sbicca
musica e suono
Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica
Max Mugnai
in collaborazione con
Bàste Sartoria
produzione
Teatro Nazionale di Roma, Teatro Vascello – La Fabbrica dell’Attore

