Al Teatro Quirino Vittorio Gassman fino al 15 febbraio
Trieste, primi anni del ‘900, un salotto, due dame e una cameriera. Tutto farebbe pensare a una trama convenzionale, quasi da commedia di costume. Ma di lì a poco, Giovanni Chierici, patriarca di una tranquilla famiglia borghese, entra in scena in stato confusionale, annunciando un terribile incidente occorso al nipotino che, curiosamente, si rivela, poco dopo, inesistente. Sarà l’incipiente mostro della vecchiaia?
Per scacciare via i primi segni di un preoccupante deficit cognitivo, Giovanni si lascia convincere a fare una “misteriosa operazione” per poter riprendere in mano la propria esistenza. Quando Giovanni recupera il vigore e l’ironia caustica di un tempo, non conquista una seconda giovinezza: acquista, semmai, una più feroce consapevolezza di sé. La ribellione che ne deriva è tardiva, quasi grottesca, e si traduce in un bilancio impietoso di una vita segnata da conflitti interiori più che da eventi esterni.

Tutti i desideri del protagonista restano sospesi, più evocati che realizzati, poiché ciò che conta davvero, nel teatro di Svevo, risiede nella coscienza della propria condizione. Giovanni incarna questa verità ed è fragile: tenta di ringiovanire per recuperare il desiderio e una nuova posizione nel mondo, ma il suo gesto resta simbolico, i suoi slanci rimangono sospesi, evocati più che compiuti. La rigenerazione non è fisica né sociale; è semmai interiore, è una lucida analisi di sé. Giovanni conserva, anzi amplia la capacità di guardarsi dentro, con limpidezza e senza ipocrisie.
Così si accorge di aver vissuto per rinuncia: ha sposato la donna “giusta”, non quella amata; ha scelto la sicurezza, non il desiderio. Il passato riaffiora nel presente con le sembianze di Rita, affidata alla brillante interpretazione di Alice Fazzi, presenza scenica vivace, capace di incarnare la tentazione di un passato che ritorna sotto mentite spoglie. Il suo personaggio non è solo una giovane cameriera, ma una proiezione simbolica: promessa di una seconda occasione, eco di un amore mancato.
Nello Mascia, interprete di teatro con un bagaglio pieno di Eduardo e di Raffaele Viviani, offre una grande prova d’artista, vero e proprio funambolo della parola e dell’emozione che gioca, insieme a ottimi compagni di lavoro, questa bizzarra partita in cui il protagonista crede di scegliere, di agire, di potersi “rigenerare”, ma in realtà è prigioniero del passato, delle proprie illusioni e di una legge di ripetizione che governa l’esistenza. La vita non si costruisce liberamente: si rivive, si interpreta, si razionalizza a posteriori.
Dietro un titolo letterario insolito, e che incuriosisce, si cela una partitura complessa, in equilibrio tra registro comico e tensione esistenziale. Un congegno teatrale ben riuscito in cui risaltano l’impianto scenico di Luigi Ferrigno, le musiche di Paolo Coletta e i costumi di Dora Argento. Forse la regia di Valerio Santoro, pur ricca di sorprendenti soluzioni tecniche e di suggestioni poetiche, avrebbe richiesto una maggiore incisività narrativa e, in alcuni passaggi, maggiore asciuttezza e ritmo per rendere più fluida la complessità psicologica dell’opera. Resta, tuttavia, un allestimento che affronta con coraggio il teatro sveviano, pieno di contrasti e verità nascoste, che ha reso celebre l’Autore triestino come pioniere del romanzo psicologico moderno in Italia.
Roberta Daniele

