Al Teatro Sala Umberto di Roma fino all'8 marzo 2026
Nel foyer del Teatro Comédie-Française di Parigi una teca, alta quasi 2 metri e larga poco più di 1 metro, custodisce una sedia, i cui braccioli di legno sporgono attraverso l’imbottitura logora e il tessuto antico. Su questa sedia, il 17 febbraio 1673, Molière, il più grande drammaturgo francese, vi fu adagiato dopo il malore che lo colse mentre interpretava la sua ultima commedia, Le Malade Imaginaire. Un’immagine che appartiene al mito e che viene riproposta, per analogia tragica, nell’ultima scena dell’atto unico “Don Giovanni”, firmato e interpretato da Arturo Cirillo, in cui il protagonista collassa su una sedia, ad esito di una vita da libertino senza scrupoli vissuta in perenne sfida al destino.
Ma quale Don Giovanni porta in scena Arturo Cirillo? Quello de «El burlador de Sevilla», il testo di Tirso de Molina che costituì nel 1620 l’atto di nascita ufficiale del celebre personaggio? Quello della commedia in prosa in cinque atti del 1665, di Molière o quello operistico, del 1787, nato dal sodalizio fra Wolfgang Amadeus Mozart e Lorenzo Da Ponte?
Cirillo nelle note di regia spiega: «Ho deciso di raccontare il mito di Don Giovanni usando forme e codici diversi, conservando la comicità paradossale e ossessiva di Molière, che a volte sfiora il teatro dell’assurdo, e la poesia e la leggerezza di Da Ponte. Poi c’è la musica di Mozart che di questa vicenda riesce a raccontare sia la grazia che la tragedia ineluttabile. Perché in fondo questa è anche la storia di chi non vuole, o non può, fare a meno di giocare, recitare, sedurre; senza fine, ogni volta da capo, fino a morirne».
Del Don Giovanni mozartiano lo spettacolo conserva la carica rivoluzionaria: la fusione per la prima volta in un’opera lirica di elementi tragici e comici, che eleva il genere buffo a “dramma giocoso”, dotandolo di sfumature psicologiche inedite per l’epoca.

La cifra registica guarda alla Commedia dell’Arte e amplifica la comicità dell’opera. Determinante, in questo senso, è la superba interpretazione di Arturo Cirillo, mattatore consapevole, che governa con precisione il delicato equilibrio tra farsa e dramma, e di Giacomo Vigentini, nei panni di Sganarello, servo astuto e pavido, insieme moralista e complice. Sganarello è la bussola etica di Don Giovanni: dopo che questi ha crudelmente liquidato il padre autoritario, Sganarello grida con tono censorio “è stato sbagliato” prima di aggiungere giudiziosamente “da parte tua permettergli di parlarti in quel modo”.
Ma è sul versante femminile che emerge la forza morale dell’opera. Giulia Trippetta disegna una Donna Elvira, aristocratica e dolente, figura religiosa sottratta al convento e trasformata in penitente velata, prigioniera di un amore non corrisposto che la umilia e la sublima. Irene Ciani, nel doppio ruolo di Zerlina e di Donna Anna, gioca con l’ambivalenza, oscillando tra attrazione e repulsione verso il “traditore” dal fascino nichilista. Rosario Giglio è opportunamente imponente come padre del protagonista ed è irresistibile nel ruolo del Signor Quaresima, nel duetto comico con Cirillo, mentre Francesco Petruzzelli imprime al contadino Masetto e al valletto Ragotino una sorprendente spavalderia e una brillante vitalità mimica.
I costumi di Gianluca Falaschi e le scene di Dario Gessati assecondano un’estetica lirica e barocca, punteggiata da immagini che simboleggiano l’inquietudine interiore, come le due sculture che, di spalle, “amoreggiano guardando il proprio destino oltre i cipressi”.
Le musiche originali di Mario Autore dialogano idealmente con la lezione mozartiana, sostenendo un impianto che alterna canto e recitazione con naturalezza.
Il risultato è uno spettacolo di travolgente teatralità. Un Don Giovanni che non si limita a evocare il mito, ma lo riattraversa con intelligenza critica, restituendogli quella vitalità frastornante che continua, da secoli, a sedurre artisti e pubblico.
Roberta Daniele

