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Nessuno. Le avventure di Ulisse

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 23 Marzo 2026 21:01
Tania Turnaturi
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ph Viviana Cangialosi
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In scena al Teatro Ambra Jovinelli di Roma fino al 29 marzo 2026

Potente. Trasognato. Poetico. E intimamente umano.

Un flusso di coscienza e di memoria

Non l’astuto Ulisse omerico, né il fraudolento Ulisse dantesco e nemmeno il superuomo dannunziano. È un uomo desideroso di raccontarsi, innamorato della donna che non vede da vent’anni ma lo ha atteso contro ogni speranza, e che reagisce con punte di gelosia alle confidenze del marito sugli incontri con le varie figure femminili.

È un uomo contemporaneo, risoluto e fragile, sopraffatto da un’esigenza dialettica tra memoria e identità.

La scrittura di Emanuele Aldrovandi, autore di rilievo della scena contemporanea italiana e internazionale, libera l’eroe omerico dalla sua aura mitica e lo rende nella sua dimensione umana, mutuando la forza fisica nella potenza evocativa delle parole, in un viaggio dell’anima.

Ulisse non è spocchioso e tronfio, ha trascorso anni difficili nei quali è stato contestato dai suoi compagni, li ha persi tutti, è rimasto solo. Dopo venti anni di peregrinazioni vuole tornare al punto di riferimento del focolare domestico.

E vuole mettere al corrente delle sue vicissitudini Penelope, che lo ha atteso e ha sempre avuto fiducia e speranza di riabbracciarlo. Che ha atteso il marito, non lo stratega astuto capace di ideare lo stratagemma per far cadere Troia e vincere la guerra decennale.

Il flusso dei ricordi sgorga, Ulisse è il narratore di sé stesso, tra nostalgia ed emozione, ma senza rimpianti.

Con tratti ironici, e un po’ enfatici, vuole innestarsi nella sua dimensione domestica in cui non va esaltata la gloria conquistata in battaglia ma privilegiata l’esistenza familiare. No all’epica del mito, sì agli smarrimenti della quotidianità.

Una imponente macchina scenica metallica con un grande gong al centro occupa il palcoscenico. È il cavallo di Troia sotto la cui pancia Ulisse racconta le reazioni degli Achei, e dei Troiani che imita con spiccato accento bolognese, è l’Ade dove incontra la madre defunta.

Con un certo sforzo la ruota, mentre racconta di Eolo, di Circe, di Polifemo, dei venti contrari, delle tempeste, del cavallo, delle insidie, delle creature mostruose, del mare spesso infido. Si arrampica come sul ponte di una nave a simulare la navigazione in mare aperto, cammina sul tapis roulant a evocare le rotte percorse, fa il gesto di sguainare la spada per accecare Polifemo, si siede accanto a Penelope a invocare intimità e condivisione.

Quando un telo metallizzato cala fluttuando davanti alla struttura scenica, lo spettatore viene immerso in un vortice di suoni e colori cangianti che simulano l’ondeggiare della barca tra le fragorose onde del mare periglioso o il frastuono del sibilo dei venti nella reggia di Eolo, o ancora l’ira furibonda di Poseidone per l’accecamento del ciclope.

Parole, suoni, luci, corpi, movimenti scenici si compenetrano e si amplificano in un racconto teatrale che diventa epico, non nei toni ma nella magnificenza della rappresentazione della storia di un uomo. Non più Nessuno, ma Ulisse.

Con un sapiente e incisivo gioco di luci l’impianto stimola l’immaginazione assumendo i contorni del cavallo, delle montagne e delle isole, del mare e delle navi nella scenografia di Luigi Ferrigno.

Penelope ascolta, si ingelosisce e si entusiasma accompagnando il racconto di lui col suono di strumenti che ne sottolineano ed amplificano la drammaticità: asalato, gong, caxixi, tamburello, ocean drum, seedshaker, mridangam, campane tibetane, cajon, rullante, maracas. E intanto esegue performances vocali, melodie e litanie con una vocalità portentosa, creando atmosfere sonore che sottolineano i momenti emotivi.

Nel finale, Ulisse, le chiede di raccontargli i suoi anni poi la invita ad andare in spiaggia, a piedi nudi, nella sabbia, a vedere l’alba e poi andare a mangiare una piadina con la moto: “appoggiamo i caschi e guardiamo l’alba insieme, come abbiamo sempre fatto. Penelope, io ti amo”. Ha viaggiato per il mondo conosciuto, ha intrattenuto relazioni con donne maliarde, ma è innamorato di lei. Ha deposto armi e navi e vuole vivere nella sua fragilità di uomo.

Stefano Accorsi è instancabile e catalizzante, affabula ininterrottamente modulando la voce in diversi registri e caratterizza i troiani (Laocoonte, Tiresia, Sinone) con sarcastico accento bolognese, poi si addolcisce nei toni delle parole d’amore a Penelope, e sembra anche divertirsi nel fare qualche battuta ammiccante all’attualità.

Atletico e plastico, nel finale indossa una corazza di cuoio, bracciali e l’elmo: è il re di Itaca non più un guerriero, è stanco e innamorato. È l’emblema dell’uomo moderno.

Nel ruolo di Penelope c’è Francesca Del Duca. Comprimaria e complementare nella drammaturgia, è seduttiva con le percussioni e la voce. Ascolta, interviene, si ingelosisce e asseconda il flusso dei ricordi. Occupa la scena catalizzando l’emozione con le sonorità che nel finale diventano avvolgenti e, indossando un kaftano rosso fuoco con bordure dorate (costumi di Giovanna Buzzi), sembra infiammare il palcoscenico.

Daniele Finzi Pasca evidenzia con questa regia (e adattamento) la sua contrarietà alla guerra, e il suo interesse per gli eroi vulnerabili e delicati, con i quali possiamo identificarci.

La rappresentazione di autentica clownerie esplora gli stati emotivi e rispecchia la sua formazione circense e la vocazione alla contaminazione.

Dalle note di regia: “Sono un obbiettore di coscienza, nel mio paese mi capitò di scontare qualche mese di prigione per aver rifiutato di prestare servizio di leva, raccontare dunque le gesta dei guerrieri non mi è solo insolito ma totalmente inusitato, una specie di salto mortale senza rete. Sono un clown, amo gli eroi semplici, i perdenti, quelli nei quali mi riconosco, i fragili, quelli fatti di materia che si sbriciola.

Così ho trasformato il dialogo interiore di un eroe sacro in un dialogo colmo di amore tra un eroe fragile e il suo amore. È arrivata dunque Penelope, un fuoco calmo, il ritmo selvaggio della femminilità e alla nostra avventura si è unita Francesca cielo stellato, la voce che ci guida verso casa. Noi clown ci occupiamo essenzialmente dei drammi, facciamo ridere per distrarre l’anima degli spettatori e quando meno se lo aspettano li colpiamo con il dolore di chi cade e si spezza. Volevo un Ulisse che facesse ridere e poi piangere, sorridere e poi commuovere, che fosse fatto della stessa materia dei nostri ricordi più ingenui, che parlasse d’amore e poco di sangue”.

 

Tania Turnaturi

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