In scena al Teatro Vascello di Roma fino al 4 aprile 2026
Uno spettacolo da assaporare con i sensi e con la percezione. Da introiettare per interrogarsi e sforzarsi di trovare risposte in un’ottica nuova. Perché quando si tratta di teatro civile la messinscena diventa denuncia, ma quando il teatro è politico tutti siamo coinvolti, e ciascuno è tenuto ad offrire un contributo per formare una nuova coscienza collettiva.
Il teatro può anche essere mezzo di riabilitazione e reinserimento nella società, come avviene per gli attori della Compagnia Fort Apache, costituita da ex detenuti e detenuti in misura alternativa, divenuti professionisti di cinema e palcoscenico.
In questo allestimento raccontano la violenza di genere, il patriarcato, gli abusi sulle donne, smascherando l’ipocrisia della società che non vuole vedere per non sentirsi responsabile. Malcostume che va scardinato con la formazione culturale e l’educazione all’affettività e al rispetto dell’identità femminile.
Mercoledì delle Ceneri è una storia di violenza popolare collettiva, perpetrata ritualmente nel corso delle feste carnascialesche del martedì grasso, che verrà perdonata il mercoledì delle ceneri.
L’autrice e regista Valentina Esposito si è ispirata ai riti di Carnevale dell’Italia centro-meridionale e della Sardegna, in cui vengono portati in una sorta di processione laica grandi fantocci di cartapesta con sembianze femminili. Gli uomini si infilano nella pupazza per farla ballare e poi le appiccano il fuoco, come alle streghe del Medioevo.
Il forte simbolismo evoca la gabbia sociale nella quale la donna, ancora oggi, viene relegata, mentre intorno la società è metaforicamente mascherata dalle convenzioni borghesi.
I fantocci in lattice, disegnati dalla costumista Mari Caselli e costruiti dai Gemelli Magrì maestri degli effetti speciali del cinema, inizialmente sul carro di Carnevale e poi scesi tra la gente, sono come mostruosi feti introiettati dagli attori, che fuoriescono dai loro corpi quando la comunità fa finta di non vedere l’abuso che si sta compiendo. Il mostro, quindi, è dentro di noi e si manifesta quando assumiamo atteggiamenti oscurantisti e omertosi.
La pupazza dal corpo metallico e dai capelli rossi (creata da Edoardo Timmi) è il simulacro di una ragazza uccisa con la complicità di tutti, esposta al pubblico ludibrio. Intorno, un gruppo di donne intona la feroce lamentazione: “Se vai al fiume da sola, ci sta che qualcuno ti ammazza”, come il coro nelle tragedie greche.
Ogni anno, a Carnevale, la pupazza Rosa rivive il grottesco rituale di essere posseduta da un uomo che la manovra a proprio piacimento e poi la abbandona al suo destino, già scritto e da tutta la popolazione condiviso. L’artigiano che la realizza la cede dietro pagamento agli altri uomini per farla dopo “evaporare come una santa: pesante e leggera. Che miracolo!”.
“Con i soldi si può ottenere tutto” disse il caporale a Rosa quando, innamorato di lei, le comunicò di voler partire per fare i soldi, e poi tornare per sposarla. Incapace allora di instaurare una relazione profonda di condivisione e rispetto, adesso ne invoca il perdono cercandola tra le acque del fiume. Tuttavia, lucra su di lei offrendola alla famelicità dei paesani che ne profanano la morte. La fa così rivivere, possedendo e lasciando possedere il suo fantasma in un rito collettivo pagano dalla sacralità ancestrale, ammantato dall’ipocrisia del perdono postumo del mercoledì, in cui le ceneri quaresimali si mescolano alle ceneri della donna abusata e bruciata.
Del caporale, intanto, si innamora la donnona lasciva, ma inutilmente. Anche lei, come Rosa, troverà tregua tra le gelide acque.
Tragica anche la sorte del giovane omosessuale, libero di manifestarsi il martedì grasso, giorno in cui il suo travestimento può apparire come una maschera, malmenato e ucciso il mercoledì in quanto diverso ed estraneo al contesto ambientale.
Potente la scrittura drammaturgica di Valentina Esposito, visionaria e suggestiva la messinscena della stessa Esposito, con quadri di crudele e tragica perversione come il coro delle donne che stigmatizzano le caratteristiche o le devianze delle ragazze del paese, che invitano ad accettare la tracotanza maschile per aver salva la vita. Le luci di Alessio Pascale costruiscono un’atmosfera di tragico pathos, sottolineata dalle musiche di Luca Novelli.
Alessandro Bernardini, Fabio Camassa, Matteo Cateni, Chiara Cavalieri, Christian Cavorso, Viola Centi, Massimiliano De Rossi, Roberto Fiorentino, Sofia Iacuitto, Gabriella Indolfi, Giulio Maroncelli, Claudia Marsicano, Giancarlo Porcacchia, Cristina Vagnoli, Camila Urbano hanno tutti postura, intonazione vocale e forza interpretativa che ne definiscono il ruolo.
Fort Apache Cinema Teatro è l’unica Compagnia teatrale stabile in Italia ed Europa costituita da attori detenuti in misura alternativa ed ex detenuti di Rebibbia N.C., nata come laboratorio di formazione teatrale permanente esterno al Carcere. È diretta da Valentina Esposito, autrice e regista impegnata da quasi vent’anni nella conduzione di attività teatrali dentro e fuori le carceri italiane. Realizza produzioni cinematografiche e collabora con Sapienza Università di Roma in Progetti di Ricerca e Formazione.
Gli spettacoli della Compagnia sono coprodotti dal Teatro Vascello. “È un grande risultato – dichiara Valentina Esposito – perché significa uscire dal ghetto del teatro in carcere: non perché lì non ci siano bei prodotti, ma perché se dobbiamo fare inserimento vero, dobbiamo uscire dallo stereotipo”.
Dalle note di regia: “Mercoledì delle Ceneri è una storia di violenza popolare. Una di quelle storie che si possono raccontare dappertutto e a tutti quanti, una di quelle storie che le capiscono anche i bambini, tanto sono conosciute, tanto sono familiari, ma che tutti devono riascoltare perché ogni volta, come per miracolo, le dimenticano… tutte le volte le ascoltano, le riconoscono e poi le dimenticano, come se non l’avessero mai sentite, come se non l’avessero mai conosciute. Pure se sono storie di tutti i giorni, che si ripetono tutti i giorni, lungo le strade, dentro le case, dentro le famiglie. E bisogna ricominciare sempre daccapo”.
Tania Turnaturi

