La rassegna estiva targata AMA Factory continua a dimostrarsi un contenitore di pura vitalità all’interno del panorama culturale cittadino, trasformando i suoi spazi in un luogo di incontro e di riflessione imprescindibile. L’11 settembre, questa preziosa cornice ha ospitato una serata teatrale che definire straordinaria sarebbe riduttivo: La chiameremo ancora felicità, una performance ideata da Il Mulino di Amleto con la lucida e coraggiosa regia di Marco Lorenzi. In un’epoca che troppo spesso preferisce l’oblio, questo lavoro scava a mani nude nelle ferite ancora aperte degli “anni di piombo”, affrontando i fatti criminali di stragi e terrorismo, una materia incandescente che continua a proiettare i suoi riflessi – per quanto invisibili – sul tempo in cui viviamo. Il palcoscenico diventa il crocevia di un’inchiesta teatrale rigorosa, in cui un dialogo aperto con i materiali d’epoca si fonde a diverse linee drammaturgiche. La prima è squisitamente metateatrale e ci racconta la genesi accidentata di un’opera che, paradossalmente, non s’aveva da fare: nato inizialmente dalla commissione di un Teatro Nazionale X (di cui non si fa il nome) per mettere in scena il testo Rivoluzioni di Fabrizio Sinisi, il progetto ha visto quello stesso teatro svanire nel nulla, proprio dopo che la compagnia aveva condotto mesi di studi e ricerche. Eppure, questa assenza istituzionale ha trasformato lo spettacolo in un atto di irrinunciabile urgenza, costringendo Il Mulino di Amleto a portarlo comunque alla luce per la stringente contemporaneità del suo argomento. Questa ostinata necessità svela un nervo tuttora scoperto nel nostro Paese: il tabù inossidabile che avvolge la storia delle Brigate Rosse e la perdurante impossibilità di parlarne restituendo l’umanità di chi le aveva create. Rompendo questo muro, il secondo solco narrativo affonda nella vicenda biografica, sentimentale e profondamente umana di Mara e Renato nell’Italia del secondo dopoguerra. Ci si ritrova spiazzati nell’ascoltare le parole di Mara, in cui l’accostamento tra desiderio e conflitto, tra passione viscerale e lotta armata, squarcia il velo della semplice cronaca. Ma La chiameremo ancora felicità non è un mero esercizio di documentazione storica, bensì un grido lanciato verso l’oggi. Con la guerra che bussa nuovamente alle porte dell’Europa e una crisi climatica che minaccia il nostro futuro, lo spettacolo ci scuote violentemente, esigendo una presa di posizione e ponendo a ciascuno di noi una domanda ineludibile: “Come porto avanti la mia rivoluzione? Cosa intendo fare innanzi a questo mondo attuale?”. È un lavoro denso, necessario, assolutamente fondamentale. La prova più evidente della sua dirompente forza si è manifestata al termine della performance: in un’epoca in cui i teatri si svuotano frettolosamente dopo gli applausi, l’80% del pubblico è rimasto in sala, dando vita a un dibattito animatissimo, intergenerazionale e incredibilmente partecipato che si è protratto per ben novanta minuti. Un vero miracolo civile e teatrale, che ci ricorda cosa ci ha lasciato in eredità quel decennio e, soprattutto, quanto abbiamo ancora bisogno di interrogarci insieme.
Visto l’11 settembre 2026
Ex Cimitero San Pietro in Vincoli – Torino
La chiameremo ancora felicità
Un progetto de Il Mulino di Amleto – A.M.A. Factory
Consulenza drammaturgica Angelo Tronca
Con Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella, Angelo Tronca
Un ringraziamento a Stefano Roggero per la consulenza tecnico/fotografica e l’ideazione delle diapositive
Installazione a cura del collettivo BEL’AGIO – Opere di Giovanni Fozzi

