L’opera di Ibsen andata in scena nei giardini del Fontanone del Gianicolo
Nel piccolo giardino barocco dietro gli archi della Fontana dell’Acqua Paola, l’Associazione culturale Il posto delle Fragole ha proposto l’opera di Henrik Ibsen “La donna del mare”.
Il luogo è vocato a immaginare la suggestione dell’acqua, retrostante alla scrosciante cascata della mostra terminale dell’Acquedotto Traiano commissionato da papa Paolo V Borghese a Giovanni Fontana per poter disporre di una riserva d’acqua corrente da destinare ai giardini vaticani.
Tra le colonne della struttura portante della fontana, tra una scenografia essenziale in cui elemento focale è un tavolo con un colorato bouquet di rose destinate alla memoria di una moglie che non c’è più, si consuma il dramma di una donna che anela a raggiungere il posto dell’anima, lontano dalla quotidiana realtà della tranquilla vita borghese sulle rive di un fiordo norvegese, che il matrimonio con il medico Wangel le offre.
Sull’uomo e sulle sue figlie incombe l’ombra della prima moglie, ma ciò non scuote i sentimenti di Ellida, il cui sguardo è perennemente rivolto al mare, contrapponendo l’acqua “tiepida e malata” del fiordo dove vive alla “vertigine del mare aperto”. Lì la sua anima trova quiete e da lì giungerà l’uomo del destino, che attende da quando lo incontrò su una nave, con la promessa della felicità. Oltre il belvedere si apre l’infinito, da cui è magneticamente attratta: “L’acqua dei fiordi è un’acqua malata. E sembra che faccia ammalare”.
Figlia del guardiano del faro di una località di mare, è attratta dall’ignoto, sprofondata nella vertigine del mistero, protesa verso lo Sconosciuto che la libererà da vincoli e legami, portandola verso il suo elemento naturale: l’acqua.
Sospesa in un immaginario onirico, come cullata da flutti e correnti marine, Ellida brama la passione totalizzante, l’assoluto sconosciuto. Non le bastano l’amore del marito e delle sue figlie, la devozione dell’amico Arnholm che pure ha amato in gioventù. La sua esistenza appartiene al mare.
Quando la nave attracca in porto, lo Straniero la raggiunge. Ellida è pronta, è pronto anche Wangel a lasciarla andare, invitandola a decidere “liberamente, con responsabilità”.
La libertà di scelta offusca il fascino dello Sconosciuto, ed Ellida esercita la sua responsabilità scegliendo di rimanere.
Scritta da Ibsen nel 1888, l’opera è uno dei suoi testi più poetici ed evocativi, ricco di introspezioni psicologiche e suggestioni naturalistiche, raramente rappresentato.
La protagonista Ellida è l’eroina più moderna di Ibsen, collocata tra Nora di Casa di bambola del 1879 e Hedda Gabler del 1890, simboli di ribellione contro le convenzioni borghesi ottocentesche.
La donna del mare è stato il testo interpretato da Eleonora Duse che ha caratterizzato due fasi della sua vita: nel 1909 prima di lasciare le scene e nel 1921 per consacrare il ritorno sul palco.
La prima di questa messinscena il 21 aprile ha coinciso con l’anniversario della morte della Duse.
Rosario Tronnolone che firma la regia, riduce il testo, eliminando Bolette e Hilde, le figlie di Wangel e spalmando i loro interventi drammaturgici tra Arnholm e il giovane Lyngstrand, alleggerendo così gli attriti familiari ma mantenendo intatta la tensione emotiva dell’attesa e l’anelito di libertà della protagonista.
Arianna Ninchi esprime l’inquietudine di Ellida con un’intensità assoluta eppure misurata, sfrondata di nevrosi e orpelli manieristi, fornendo una prova di attrice matura che può misurarsi con le ‘divine’ del teatro. I gesti, gli sguardi, le modulazioni vocali, i sussurri e le grida sono espressione di una immedesimazione interiorizzata, restituita con naturale verismo, scevra di suggestioni seduttive.
Marco Bellizi è lo Straniero, sembra emergere dall’inconscio buio di Ellida fascinoso e tetro, la cui forza di attrazione si infrange sugli scogli della libertà di scelta.
Stefano Licci delinea Wangel con la delicatezza di un marito innamorato e protettivo, uomo illuminato che precorre i tempi riconoscendo alla moglie il diritto di scegliere in libertà, ma tuttavia responsabilmente. Luca Manneschi è il giovane scultore Lyngstrand, malato e con poca prospettiva di vita, mentre Rosario Tronnolone riserva a sé il ruolo dell’amico Arnholm ancora innamorato di Ellida.
“Come George Gray nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Ellida potrebbe dire di sé di essere come ‘una barca che anela al mare eppure lo teme’” scrive il regista Rosario Tronnolone.
Il dramma borghese ottocentesco si intreccia ai suoni della vita romana contemporanea, che vibra intorno a uno dei siti più iconici della capitale col rombo delle moto e i canti dei turisti, e si stempera in lontananza oltre le luci dei vicoli trasteverini.
Tania Turnaturi

