La donna selvaggia - Recensione di Giosetta Guerra
FANO, Corte Malatestiana
Festival “Il Belcanto ritrovato”, V edizione
(25 agosto 2026)
La donna selvaggia
opera dimenticata di Carlo Coccia (1813), si sveglia dal lungo letargo grazie all’Orchestra Sinfonica Rossini.
La donna selvaggia, dramma eroicomico per musica in due atti di Carlo Coccia su libretto di Giuseppe Maria Foppa, andato in scena alla Corte Malatestiana di Fano, nell’ambito della quinta edizione del Festival “Il Belcanto ritrovato” ,è stata una riscoperta dell’Orchestra Sinfonica Rossini dopo più di 200 anni di oblio.
Segue l’architettura formale tipica dell’opera che risente della travolgente influenza stilistica dell’epoca, perciò è assolutamente belcantistica, con numeri musicali intercalati da recitativi, forme chiuse ben definite: sinfonia, coro, arie, cavatine, duetti, quartetti, concertati.
Il compositore napoletano coevo di Rossini, Carlo Coccia, dopo le sue prime esperienze influenzate da compositori della scuola napoletana classica, come Paisiello e Cimarosa, si orientò verso lo stile rossiniano che all’epoca andava alla grande.
Infatti, ascoltando Coccia, sembra di ascoltare Rossini. La struttura generale di quest’opera è comunque meno equilibrata, in quanto troppo spazio è riservato ai recitativi, lunghi, noiosi e incomprensibili, a causa di una imprecisa dizione, che rallentano la dinamica dell’opera.
Accompagnatori dei recitativi sono Jacopo Muratori al violoncello e Claudia Foresi al fortepiano.
La parte musicale, in pieno stile rossiniano, è molto frizzante e godibile ed è stata realizzata con fluidità e scintillio dall’Orchestra Sinfonica G.Rossini.
La musica è molto bella, il ritmo è coinvolgente e l’Orchestra Sinfonica Rossini ha brillato, grazie anche alla direzione del maestro Enrico Lombardi.
Una menzione speciale va riservata a questo direttore d’orchestra, che ha un gesto molto elegante e preciso, gli attacchi sono ben comprensibili perché il direttore si rivolge con tutta la persona verso la sezione che deve attaccare il suono.
L’allestimento di tipo classico ha scene semplici e minimaliste di tipo fiabesco, ideate da Gabriele Sassi, ricchi e colorati sono i costumi d’epoca disegnati da Marta Della Monica; la regia di Alessandro Brachetti risulta piuttosto statica.
Edizione critica di Mario Varela Crespo.
La riscoperta di opere dimenticate è un’azione culturale di prestigio, perciò progetti di questo tipo dovrebbero avere la possibilità di essere realizzati in modo perfetto e non in modo artigianale.
Lodevole l’iniziativa dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini che da cinque anni propone al pubblico un’opera dimenticata di compositori vissuti nel primo ottocento accanto a musicisti, quali Rossini, Donizetti e Verdi, che li hanno offuscati.
Dal punto di vista dello stile la struttura alterna momenti lirici e patetici, affidati alla protagonista Matilde, a numeri di slancio eroico, affiancati dalla verve comica e brillante dei personaggi di mezzo carattere.
Sul versante vocale, i cantanti risultano preparati tecnicamente e dotati di bella voce, ma hanno una linea di canto da sistemare e l’emissione vocale da raffinare, anche se attirano l’applauso grazie a una zona acuta squillante e robusta che coinvolge il pubblico.
Ildebrando, duca di Spoletti, è interpretato da Alessandro Abis con voce di basso abbastanza pesante.
Matilde, sua moglie, è stata appannaggio del mezzosoprano Martiniana Antonie, con voce molto bella e squillo deciso nella tessitura acuta, facilità nell’eseguire i virtuosismi e le fioriture del canto rossiniano, purtroppo la zona medio grave ha poco peso e questo disturba la dinamica dell’opera, perché la protagonista ha molte parti scoperte nel registro grave.
Il tenore Paolo Nevi nel ruolo di Gustavo, consigliere di Ildebrando, ha esibito una voce veramente buona per questo tipo di canto, una voce di tenore chiaro simile a quella di Antonino Siragusa, agile ed estesa, i suoi acuti attirano l’applauso, ma vanno gestiti con più cura e minore spontaneità.
La dizione è chiara.
Nel ruolo di Adolfo, altro consigliere, c’è il basso Zheng Wang e in quello di Oranteo, paggio della duchessa, Matteo Torcaso (baritono) che ha eseguito con efficacia il sillabato e la vis comica.
Paola Leoci (Irene, dama d’onore della duchessa) è un soprano dal timbro nitido e precisione nelle fioriture.
Fermondo, duca d’Osimo fratello di Matilde, è stato ben interpretato dal baritono Carlo Sgura.
Corretta voce di tenore leggero quella di Timoteo Bene nel ruolo di Gilberto, confidente d’Adolfo.
Il Coro del Teatro della Fortuna era molto ridotto, ma ben preparato e diretto da Mirca Rosciani

Foto © Luigi Angelucci

