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Entr’Acte in concerto

Redazione
Ultima modifica: 3 Aprile 2014 19:15
Redazione
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LUISA PRANDINA, arpa

Jean Cras

Quintette

per arpa, flauto e trio d’archi

Carlo Galante

Trois paraphrases sur Don Quichotte

per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi

Prima assoluta

Maurice Ravel

Introduction et Allegro

per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi

Claude Debussy

La plus que lente, “valse”

per quintetto d’archi, pianoforte, arpa, flauto e clarinetto

Il gruppo di musica da camera Entr’Acte nasce nel 1984 su iniziativa della flautista Paola Fre. È formato principalmente da strumentisti dell’Orchestra del Teatro alla Scala. Guidato dalla curiosità e dal gusto della scoperta, Entr’Acte, fin dalla sua creazione, sceglie di esplorare alcuni territori musicali poco frequentati, costituendo dunque un repertorio decisamente inconsueto, capace di coniugare piacere e conoscenza. Elaborati secondo precisi fili conduttori, tutti i programmi si identificano come percorsi d’ascolto tematici che portano al confronto tra stili e linguaggi, alla riproposta di autori minori o dimenticati, alla presentazione di strumenti rari quali l’arpa e il corno di bassetto.

Andrea Pecolo, Estela Sheshi, violini ~ Elena Faccani, viola

Jakob Ludwig, violoncello ~ Alessandro Serra, contrabbasso

Paola Fre, flauto ~ Denis Zanchetta, clarinetto

Andrea Carcano, pianoforte

Grandi e piccoli, uniti dalla Scala. Per tutti gli spettacoli del programma La Scala in Famiglia, se hai tra i 6 e i 18 anni e sei accompagnato da un adulto che acquista il biglietto, entri gratis.

A ogni appuntamento, in omaggio per tutti i bambini, una guida all’ascolto pensata per loro. Le guide saranno anche scaricabili dal sito www.teatroallascala.org

Prezzi: da 12 a 5 euro

Infotel 02 72 00 37 44

www.teatroallascala.org

Prossimi appuntamenti di “La Scala in Famiglia”

4 maggio 2014

ENSEMBLE STRUMENTALE SCALIGERO

musiche di George Gershwin, Astor Piazzolla

27 settembre 2014

DON CHISCIOTTE

coreografia di Rudolf Nureyev

Raffinate ricette francesi

Percorrendo il programma di Entr’Acte, è facile scorgervi un vero e proprio omaggio alla Francia del primo Novecento. Tra le musiche dei grandi maestri francesi, la prima esecuzione assoluta di Trois paraphrases sur Don Quichotte di Carlo Galante, che riporta l’ascoltatore a un ripensamento contemporaneo della tradizione francese.

Se Debussy scrisse La Mer lontano dai lidi, affidandosi – come lui stesso dichiarò – al solo vago ricordo, Jean Cras (1879-1932), ufficiale di marina, fu invece costretto a comporre gran parte delle proprie opere in mare aperto. Iniziò la scrittura del Quintetto nel 1922 mentre era a capo di un cacciatorpediniere. Trattandosi di un’opera programmatica, le superstiti note di sala – compilate dallo stesso autore – esercitano ancora un enorme fascino. Il primo movimento vuole diffondere quel senso di “intossicazione” provocata dalle prime boccate della pura aria di mare: la linea melodica, affidata ad archi e fiati, è fluttuante, sostenuta dall’arpa ad accompagnamento. Il secondo movimento vibra invece dell’“estasi di un animo europeo che si abbandona all’intensa poesia di una sera Africana”, per cedere il passo, nel terzo movimento, all’esuberanza di luci e suoni di una città araba, di cui si coglie l’anima nel secondo tema, di gusto orientaleggiante. Il finale è il ritorno da questo immaginario viaggio con “l’anima colma di memorie, liberata dalle piccolezze della vita”: l’andamento vigoroso e trionfante mostra alcuni episodi dalle soluzioni armoniche eccezionali cui s’interpola anche un breve motivo di sapore sinico.

Le Trois paraphrases sur Don Quichotte di Carlo Galante (1959) sono legate con un doppio file rouge a Maurice Ravel: il riferimento è da un lato all’organico del noto Settimino del maestro francese, dall’altro alle tre celebri Chanson de Don Quichotte. Proprio da queste ultime Galante ha scelto ed enucleato una serie di brevi ma icastiche figure musicali, poi ricomposte liberamente – come tessere di un puzzle – fino a delineare un quadro completamente nuovo, pur mantenendo la costante allusione all’originale. Sebbene distorte e caricate di spirito surreale, riemergono nette le raveliane sonorità evocatrici di una Spagna arcana. L’intento di questo lavoro, lungi dall’essere parodico, è quello di un genuino atto d’amore nei confronti di Ravel e di Don Quichotte; come lo stesso Galante afferma: “Entrambi rivivono attraverso la mia musica e la mia musica vive grazie a loro”. Proprio in queste parole emerge come la memoria del leggendario romanzo di Cervantes sia stata altrettanto fondamentale nell’atto compositivo, confermando un rapporto con la letteratura che nella produzione del compositore italiano “rimane sempre forte e intenso”. Emblematica a tal proposito l’affermazione di Galante in una recente intervista: “Mi piace pensare che la musica, sebbene non possa raccontare una storia, abbia il potere di evocarla”.

Il movente compositivo di Introduzione e Allegro di Maurice Ravel (1875-1937) può dirsi alquanto originale: la commissione arriva da Albert Blondel, direttore della Maison Érard, nonché dedicatario dell’opera, per promuovere un nuovo modello di arpa a pedali a doppia azione. Quasi contemporaneamente Pleyel, costruttore concorrente, commissionò a Debussy Danze sacre e profane per arpa e quintetto d’archi per pubblicizzare l’arpa cromatica: la storia ci dice che a vincere la sfida fu modello di Érard, costituendo il prototipo dell’arpa moderna. Nonostante il titolo faccia presagire due movimenti, è da interpretarsi senza soluzione di continuità tra l’Introduzione e una sorta di forma sonata che costituisce l’Allegro. Nella cura riposta per le parti di arpa e fiati, che emergono come filigrane squisitamente lavorate sullo sfondo degli archi, è possibile riconoscervi i frutti di uno studio ammirato dei lavori di Debussy. A primeggiare nell’organico è comunque l’arpa, sia all’inizio del secondo movimento, in cui ha il compito di amplificare il materiale appena presentato, sia nella cadenza precedente la ricapitolazione.

Debussy (1862-1918) scrisse La plus que lente, “valse” per pianoforte nel 1910, e solo successivamente fu trascritto per ensemble. Il titolo, alla lettera Walzer più che lento, non vuole essere un’indicazione agogica ma l’esplicito riferimento al walzer lento, genere molto in voga nella Parigi mondana dell’epoca. Per spiegarci la precisazione “più che lento” dobbiamo fare riferimento alla penna arguta e tagliente dell’alter ego del compositore, Monsieur Croche: come notò anche F. Howes, vi è nel titolo un’allusione a quel quid in più che, senza falsa umiltà, Debussy sapeva di avere rispetto ai colleghi compositori. Se questi strizzavano l’occhio al walzer lento per la sonorità e la forma evidentemente à la page alla ricerca di fama a breve termine, Debussy riesce invece a plasmarlo fra mani artisticamente mature – reduci dall’impresa del Premier Livre dei Preludi per pianoforte – fino a sublimare l’intento caricaturale in un ritratto della quintessenza della décadence.

Giulia Accornero

 

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