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Crave

Redazione
Ultima modifica: 3 Ottobre 2016 13:35
Redazione
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fotodi Sarah Kane

regia Pierpaolo Sepe

con Gabriele Colferai, Dacia D’Acunto, Gabriele Guerra, Morena Rastelli

scene Francesco Ghisu

costumi Annapaola Brancia d’Apricena

luci Cesare Accetta

movimenti di scena Chiara Orefice

assistente scenografa Christina Psoni

Produzione Casa del Contemporaneo

———

Inaugura la nuova Stagione del Teatro India, dal 4 al 9 ottobre, “la febbre” di Sarah Kane portato in scena dalla regia di Pierpaolo Sepe, quel dolore di vivere nella scrittura dura, provocatoria, aggressiva della drammaturga inglese morta suicida nel 1999 a soli 28 anni.

Autrice di cinque testi teatrali, tutti molto controversi per i temi trattati, Sara Kane ha segnato la scena europea indagando gli abissi del dolore e del desiderio, della speranza e della disperazione, e Crave ne è la prova. Tradotto come “Febbre”, l’opera racchiude un inappagato desiderio dell’autrice per la vita, la bellezza e la verità, come dimostrano i protagonisti che, dal momento in cui iniziano a parlare (un dialogo, un monologo, singole frasi, dialoghi spezzati invocazioni e frammenti di storie), disegnano in forma libera e musicale un intreccio di motivi che lascia intuire i contorni del mosaico di una vita.

Due le storie in evidenza, quella di A (author, abusator, actor), uomo anziano, che ha una storia malata, morbosa e violenta, con C (child), appena adolescente, che non sopporta di amare quell’uomo nonostante le sue violenze, e quella di M (mother), una donna sulla via della vecchiaia di cui ha un gran timore, che vuole un figlio a tutti i costi per non restare sola da vecchia, ma lo vuole senza amore, da B (boy), poco più che un ragazzo, che la rifiuta in modo umiliante. Emozioni esplorate non soltanto con inquietudine e desolazione, ma anche attraverso passaggi surreali e umoristici che condiscono gli scambi dialettici tra le quattro voci.

«Qualsiasi modalità si scelga per mettere in scena un testo di Sarah Kane, lo si tradirà – racconta il regista Pierpaolo Sepe – Il motivo è insito nella scrittura stessa di Crave, in italiano tradotto come Febbre, che racchiude, nel suo titolo originale, un bisogno tanto irraggiungibile da portarne alla prematura scomparsa per sua stessa mano: una non scelta, l’incapacità assoluta di sopravvivere al mondo, propria delle anime fragili. “Non si è mai così forti come quando si sa di essere deboli” se si accetta l’orrore, l’incapacità, il dolore, l’umanità. Dalla scrittura della Kane nasce un testo di parole incatenate, rapido susseguirsi di concetti spezzati e concitati, al teatro spetta il ruolo di trasformarlo in immagini, dar colore all’oscurità, ordine al caos e disordine alla riga. Interpretare e, dunque, tradire, con il desiderio, quello più assoluto. D’altronde, cos’è la vita se non una parentesi concitata tra momenti di non esistenza? Vivere è un gioco, quello dello stare al mondo e “non sempre si può”, almeno non seguendo le proprie regole né tantomeno quelle altrui. La ricerca del sé si infrange contro il muro della realtà e non c’è pace, non c’è amore, non c’è perdono nè riposo in questo inferno che chiamiamo vita». Crave è la febbre, il desiderio di vivere di quattro anime rinchiuse in un mondo proprio, nell’incomunicabilità più assoluta con cui affrontano un destino già segnato.

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