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Teatrionline > Blog > Prosa > Camillo Olivetti: alle radici di un sogno
Prosa

Camillo Olivetti: alle radici di un sogno

Redazione
Ultima modifica: 10 Agosto 2012 13:44
Redazione
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di Laura Curino e Gabriele Vacis
con Laura Curino
Regia Gabriele Vacis
Collaborazione alla drammaturgia  Laura Volta
Assistente alla regia  Serena Sinigaglia
Segretaria di produzione Elisa Zanino
Olivetti è pubblicato da Baldini & Castoldi

Una serata in collaborazione con la Fondazione Circuito Teatrale del Piemonte

E’ la storia di un “eroe moderno” solo apparentemente distante dagli eroi epici. CAMILLO OLIVETTI è  stato l’incarnazione di un sogno, di un progetto di società, di una visione industriale modernissima.

A dare voce e corpo a questa storia è una straordinaria LAURA CURINO diretta da Gabriele Vacis, domenica 12 agosto alle 21.00 nel Palazzo delle Feste di Bardonecchia per l’edizione 2012 di Teatro Festiva organizzato da Tangram Teatro.

E’ uno dei “casi” teatrali degli ultimi anni. Uno spettacolo coinvolgente che è stato trasmesso in televisione e che ha percorso i maggiori palcoscenici italiani con uno straordinario consenso.
Laura Curino “è” il teatro di narrazione italiano.

“Per me, d’estate, c’erano le colonie Fiat, praticamente il carcere. Nelle lunghe ore passate in cella o nelle ore d’aria, tra noi bambini circolavano leggende. Fra quelle ve n’era una che raccontava dell’esistenza, vicino a noi, del Paradiso. Una colonia dove i bambini erano ben vestiti, avevano una “signorina” ogni sei o sette, invece che ogni trenta bambini, una signorina che non piangeva tutto il giorno, anzi era contenta di stare lì. I bambini mangiavano bene in tavolate piccole, potevano fare il bagno senza fischietti, potevano scrivere lettere che non sarebbero state lette prima di essere spedite, potevano…leggere! Non si poteva leggere alle colonie Fiat. Non si poteva neppure scrivere e chi teneva un diario doveva farlo di nascosto e ingegnarsi a trovare un posto dove celarlo, visto che non avevamo la chiave del nostro sportello, nel quale comunque entrava a malapena il necessario per lavarsi. Là, in Paradiso, si diceva che i bambini avessero un armadietto. Con la chiave. Quel paradiso era la Colonia Olivetti”.
Il primo oggetto di design che entrò in casa mia fu una “Lettera 32”. La mia prima macchina da scrivere. C’era qualcosa di estremamente emozionante nello scrivere a macchina. I miei scritti, quando uscivano dal rullo, assumevano magicamente dignità di testi. Il manoscritto era privato, il foglio battuto con chiarezza poteva prendere il largo. Oggi il computer ci ha anche liberati dagli errori, che solcavano le pagine scritte con foga, ora cancellati da una sequenza di “xxxxx ” di copertura, ora mascherati dal famigerato bianchetto, prima in strisce e poi liquido, che lasciava la sue tracce sul vetro della fotocopiatrice quand’era troppo fresco.  Ma allora, quando ebbi finalmente in mano una macchina da scrivere, mi sembrava già miracolosa quella chiarezza di scrittura, e, soprattutto, mi sembrava un gesto di consacrazione, consegnare alla macchina il mio lavoro.
La macchina, portatile, mi seguiva sul treno, dandomi un mestiere.

Era un attrezzo riconoscibile. E bello.
Un prodotto industriale, ma bello. Olivetti, questa volta era entrato in casa mia.
Quando Gabriele Vacis cominciò a parlare di un testo sugli Olivetti cominciavano i tempi duri per Ivrea. Ivrea è oggi un Paradiso perduto. Finiti i tempi in cui si poteva incontrare Lana Turner al caffè, e Doris e Constance Dowling, che fece perdere il cuore e la vita a Pavese.
I problemi di occupazione hanno incupito il volto della città che è stata la culla di un sogno urbanistico, industriale, culturale, civile, unico in tutta l’Europa. L’alluvione le ha anche smangiato a forza le rive della non più così cerulea Dora. Il ricordo di quello che la città era stata era come rimosso, dimenticato. E del resto la dimenticanza sembrava caduta in tutta Italia: chi parlava più di fabbriche belle, di città a misura d’uomo, di rispetto del territorio, di tecnologia al servizio del benessere? Chi si ricordava di un luogo dove pittori, artisti, poeti dirigevano un’azienda? Chi citava più un uomo, Adriano Olivetti, che aveva chiamato Le Corbusier per creare le case per gli operai, che costruiva fabbriche fra gli alberi, che aveva inventato l’urbanistica, il design, la psicologia del lavoro?  Dov’era la sua casa editrice, che dopo la guerra pubblicò i testi di filosofia, psicologia, sociologia, architettura, fino ad allora proibiti dal fascismo?  Chi aveva inventato la fabbrica che diventò la dimostrazione vivente, sana, solida e redditizia del fatto che il lavoro in fabbrica può non essere sinonimo di alienazione, inquinamento, malattia?
Il mio lavoro su Olivetti è un tentativo di rispondere a queste domande, sollecitare la memoria, ma anche rinnovare le leggende che si raccontavano quei bambini prigionieri dell’altro modello di fabbrica, nelle lunghe giornate passate in colonia.
Olivetti è la storia di Camillo, il pioniere, l’inventore, l’anticonformista capriccioso e geniale che fonda, agli inizi del Novecento, la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere.
Con l’aiuto di biografie, interviste, testi letterari (indispensabile mi è stata l’arguta descrizione che di lui fa Natalia Ginzburg in Lessico Familiare) ne ho ricostruito la vita, le figure che gli ruotano attorno, l’ambiente e le imprese.

Ho poi affidato le voci narranti a due personaggi fondamentali della sua storia: la madre, Elvira Sacerdoti, e la moglie, Luisa Revel.
Queste due donne, provenienti entrambe da una cultura di minoranza (ebrea la prima, valdese la seconda) sono state le protagoniste silenziose della formazione e della realizzazione del sogno olivettiano. Mi è sembrato giusto riportare la loro voce in primo piano, paradigma delle tante voci femminili che in quegli anni hanno costruito nell’ombra.
E’ il racconto epico di un’avventura, e in quanto tale avvincente, pieno di colpi di scena, di prove da superare, di lotte, di amori, di eroi.

La cosa più straordinaria è che è tutto vero.

Laura Curino

 

 

TANGRAM TEATRO TORINO

VIA DON ORIONE, 5

10141 TORINO

TEL/FAX 011.338698

torino@tangramteatro.it

www.tangramteatro.it

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