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Senza categoria

La Madre

Ester Formato
Ultima modifica: 9 Aprile 2014 21:09
Ester Formato
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Foto di Andrea Falasconi
Foto di Andrea Falasconi

di Bertolt Brecht

con Imma Villa 
e con Antonio Agerola, Cinzia Cordella, Roberta Di Palma, Marco Di Prima, Annalisa Direttore, Valeria Frallicciardi, Michele Iazzetta, Cecilia Lupoli, Aniello Mallardo, Giulia Musciacco, Antonio Piccolo

Musiche originali di Hanns Eisler – drammaturgia musicale di Paolo Coletta

Scene di Roberto Crea

Costumi di Anna Verde e Anna Ciotti

Regia di Carlo Cerciello

Teatro Elicantropo Anonima Romanzi & Prospect

 

Ritorna a Napoli La Madre di Bertolt Brecht, con la regia di Carlo Cerciello. Reduce da tournée ed importanti riconoscimenti, lo spettacolo riapproda in città riconfermando ancora il grande valore interpretativo e registico per una messa in scena molto complessa.

Ispirata ad un romanzo di Gorkij, Brecht scrive la sua pièce nel 1931 circa, attingendo dalla storia personale della protagonista Pelagìa Vlassova, quella parabola storico-sociale del marxismo che investì la Russia dai primi anni del 1900. Ambientata dal 1905, la Madre è, appunto, questa donna del popolo che si ritrova a subentrare nelle vicissitudini della lotta operaia, semplicemente per impedire che gli arrestino il suo unico figlio. La forza del dramma è lei, Pelagia, e soprattutto il suo sviluppo umano e intellettuale in tutto l’arco del tempo, quasi come se reincarnasse l’evoluzione stessa del marxismo. Un personaggio, dunque, complesso che Imma Villa interpreta in maniera esemplare, lasciando immaginare un incredibile e lungo lavoro fatto insieme al regista e agli altri interpreti. E se vi è una corrispondenza fra la storia individuale e collettiva, ciò traspare attraverso la sua maturità e rara sensibilità per il ruolo.

Dalla sua ostilità verso le tendenze politiche del figlio Pavel e dei suoi amici operai all’ingenua accettazione di diffondere quei volantini “sovversivi”, alla presa di coscienza personale e di classe che la porterà a diventare la “Rivoluzionaria”. Il suo percorso individuale s’insinua nelle piaghe di una storia collettiva non di certo in modo meccanico né quanto meno passivo. Ecco, la forza di riscatto di Pelagìa non è soltanto frutto della disperazione, ma di un processo di conoscenza di sé e del mondo che ella apprende via via. Dalle prime battute “Io non so leggere” che costituisce un lasciapassare sicuro per diffondere il verbo marxista in luogo di Pavel, all’incontro con il Maestro che la istruirà; così la Madre, nel punto cruciale della storia della classe operaia, corre verso un riscatto culturale che si evidenzia nel confronto con le contadine che le propongono di ritornare ad una fede in Dio ormai ancestrale e superata, per mezzo dell’istruzione e quindi dell’acquisizione dello spirito critico.

L’azione di Pelagia s’innesta in una struttura drammaturgica che Brecht chiama “dramma didattico”, basato sullo straniamento fra attore e personaggio, e quindi dello spettatore, che si traduce in termini pratici nella reintroduzione del coro e della relativa partitura musicale, e della modalità didascalica con la quale lo stesso interprete, intervallando l’azione stessa, spiega al pubblico la propria posizione. Lo scopo di tale drammaturgia collima con l’idea di Teatro politico del grande autore tedesco; egli infatti non voleva che chi assisteva allo spettacolo s’immedesimasse nei personaggi, come vorrebbe la concezione aristotelica ma, individuasse punti di vista differenti che lo portasse ad un ragionamento autonomo sulla materia trattata. Si crea, dunque, un processo parallelo intra ed extra diegetico: il pubblico e la stessa Madre si ritrovano durante lo svolgimento del dramma a raccattare strumenti cognitivi per conoscere da sé la realtà. Per questo motivo, Brecht – e ciò si evince in modo chiaro dalla maniacale precisione di Cerciello – introduce lo strumento dei cartelli per permettere di identificare lo stesso contenuto della scena. Non importa, infatti, conoscere la fine della storia, ma l’evoluzione ideologica di essa. L’azione nel senso propriamente detto, pur svolgendosi fluida e coerente, è talvolta sormontata dalla sinergia del coro, al tempo stesso operai – in questo i giovani interpreti sono veramente bravissimi – che con la Vlassova creano il corpo solo, la coscienza di un’intera classe. Le luci, le musiche, la drammaturgia musicale di Coletta riescono a essere filologiche; rimangono coinvolgenti in relazione alla loro funzione non emozionale, ma in quanto didattica, e la scenografia, assimilabile dall’occhio di un contemporaneo alle impalcature da dove continuano a morire operai, sugella il tutto come una messa in scena impeccabile.

Il finale epico, a ridosso del lutto materno della Pelagìa che pervade la scena di una nuova consapevolezza tragica ma ancora anelante di riscatto civile, è intriso di quel messaggio che Brecht intende far recitare guardando direttamente il pubblico; che i vinti di oggi saranno i vincitori di domani, che non bisogna temere la morte ma la miseria, e che il Paradiso, rigidamente congelato dalla memoria religiosa tradizionalista, deve avvenire nella storia, in questo mondo e non in un altro. Da qui una nuova forma di Tragedia, del tutto politica, la cui scissione fra realtà ed emancipazione, in origine fra l’uomo e legge divina, benché oggi ci sfugge in quanto distratti da un sistema morboso e distruttivo, dovrebbe in qualche modo segnarci come presupposto di una nuova lotta per i diritti negati e per la libertà di scegliere il nostro essere uomini e cittadini.

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