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Reading: “Goltzius and the Pelican Company” di Peter Greenaway
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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Goltzius and the Pelican Company” di Peter Greenaway
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“Goltzius and the Pelican Company” di Peter Greenaway

Daniela Olivieri
Ultima modifica: 22 Novembre 2014 16:25
Daniela Olivieri
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fotoUn teatro gremito per l’ultimo progetto di Peter Greenaway. Cinquecento persone, tanti giovani e meno giovani, porgono omaggio al regista gallese, onirico e controverso, presente in sala con l’emozione di chi si sente al cospetto dell’Arte con la a maiuscola rappresentata dall’Argentina, in cui, solo per pochi giorni, tra stucchi, velluti e pitture verrà proiettato Goltzius and the Pelican Company. Un film? Un’opera di videoarte? Una sperimentazione tecnica e digitale? Non è facile definire questa nuova creazione di Greenaway, sempre più affascinato dal mondo dell’arte nella sua accezione più ampia. Il regista di film come “I misteri del giardino di Compton House”, “Lo zoo di Venere”, “Giochi nell’acqua”, e di installazioni artistiche come “L’Ultima Cena di Leonardo”, mantiene la sua cifra stilistica per un’opera volontariamente artificiale e teatrale, che utilizza lo strumento cinematografico ma che travalica i generi di fruizione classica. Il teatro, dunque, diventa il luogo adatto per proiettare quest’opera che ha trovato la coraggiosa distribuzione delle case di promozione culturale e cinematografica milanesi Lo Scrittoio e Maremosso dopo che la distribuzione classica non ha osato portare nei cinema tradizionali, luoghi forse limitanti per fruire la storia vera dell’incisore olandese del XVII secolo, Goltzius, e della sua compagnia teatrale che riuscì a convincere il margravio d’Alsazia a finanziare il suo libro di incisioni erotiche rappresentando nella sua corte le scene più carnali dell’Antico Testamento. Greenaway non si censura e mostra con lascivia i sei tabù sessuali di cui parla la Bibbia, che hanno solleticato non solo il suo immaginario ma anche quello di tutti i grandi pittori nel corso dei secoli. Fornicazione, incesto, adulterio, pedofilia, prostituzione e necrofilia vengono rappresentati con realismo in un gioco scenico metateatrale. Gli spettatori del teatro e gli invitati a corte del margravio osservano le medesime scene da due visuali contrapposte, riproponendo quel divertissement pittorico presente in quadri come Las Meninas o Il ritratto dei coniugi Arnolfini. Il regista è dietro la macchina da presa ma si pone anche al centro della scena, dirigendo l’intero spettacolo con ironia e noncuranza dello scandalo. Ne nasce un’opera fortemente concettuale, che non si accontenta di un’unica immagine ma ne sovrappone molte, come tanti tocchi di pennello che aggiungono significato e profondità ad ogni strato di pittura e come faceva lo stesso Goltzius producendo immagini multiple a stampa. Gli attori, tra cui F. Murray Abraham e i nostrani Giulio Berruti, Flavio Parenti e Pippo Delbono, scelti dal regista anche per affinità artistiche, seppur in splendida forma, si perdono nella narrazione. Il vero protagonista della scena, infatti, resta Peter Greenaway con la cura maniacale con cui ha confezionato ogni singolo fotogramma e la sua sceneggiatura complicatissima, comunicata solo in parte agli attori. Come nei precedenti film di Greenaway, le nudità al centro dello schermo, immerse in un’opera così cesellata, perdono qualsiasi connotazione oscena e volgare, tanto che i corpi degli attori, fotografati e stampati sui manifesti pubblicitari posti sulle fiancate degli autobus di Roma, possono essere tranquillamente scambiati da un tassista per un gruppo marmoreo del Canova, come racconta il nuovo direttore artistico del Teatro di Roma, Antonio Calbi, visibilmente emozionato nel dare spazio ad un evento del genere, che apre una rassegna all’avanguardia chiamata Cinema sul teatro. Goltzius and the Pelican Company può risultare eccessivamente concettuale, freddo, poco coinvolgente, ma non si può non riconoscere, ed ammirare, lo straordinario rigore con cui è stato girato, le prospettive geometriche, l’idea pittorica di fondo, il desiderio di contaminare le arti visive, lo studio del colore, così vivido che ricorda la pittura fiamminga, e l’abilità nel costruire le scene di massa come dei tableaux vivants. Le sperimentazioni a cui ci ha abituato Peter Greenaway lasciano il segno anche questa volta.

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