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Prosa

Falstaff

Barbara Codogno
Ultima modifica: 10 Dicembre 2014 17:13
Barbara Codogno
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Foto di Mario Spada
Foto di Mario Spada

Nuovissima produzione del Teatro Stabile di Torino in collaborazione con E.R.T. Emilia Romagna

regia di Andrea De Rosa, protagonista Giuseppe Battiston. All’elaborazione dei testi Andrea De Rosa ha lavorato con Nadia Fusini, che cura anche la traduzione, mentre le scene e costumi sono di Simone Mannino, le luci di Pasquale Mari, il suono di Hubert Westkemper e i movimenti scenici di Francesco Manetti.

Accanto a Giuseppe Battiston recitano Gennaro Di Colandrea (Bardolph), Giovanni Franzoni (Giudice Supremo), Giovanni Ludeno (Pistola), Martina Polla (Doll), Andrea Sorrentino (Principe Hal/Re Enrico V), Annamaria Troisi (Doll), Elisabetta Valgoi (Ostessa), Marco Vergani (Ned).

—-

La Stagione di Prosa del Teatro Comunale di Vicenza, realizzata in collaborazione con Arteven che cura la direzione artistica, apre con uno spettacolo titanico che, a ragion veduta, il regista Andrea De Rosa, connota come teatro filosofico. De Rosa Perché rilegge un grande come Shakespeare dando respiro contemporaneo a parole che pesano come macigni e portando il testo shakespeariano a dialogare e a confrontarsi con due pilastri del ‘900: Nietzsche e Kafka. Chapeau dunque al regista. E all’interprete: un Battiston in stato di grazia che regge sulle sue spalle uno dei personaggi più “controversi” del teatro di Shakespeare.

Cosa si vede in scena? C’è una taverna dove Falstaff, il grasso buffone di corte, gozzoviglia con una banda di disgraziati, prostitute e con Hal, principe erede al trono di Enrico IV. Il padre di Hal è terribilmente irato contro il figlio che giace nella dissolutezza e gli preferisce il cugino Percy. Al momento però di lasciare in eredità la corona Enrico IV chiamerà a sé il figlio Hal. Hal non si sottrarrà al suo destino, ripudierà Falstaff e ucciderà il cugino. Hal diventerà il futuro Enrico V.

Ma dicevamo, Shakespeare, appunto. Cominciamo a guardare allo spettacolo proprio dal testo: Shakespeare non dedica mai un lavoro teatrale a Falstaff, il buffone di corte del re d’Inghilterra. Nello spettacolo che “cuce” De Rosa la prima parte e l’ultima scena ( gozzoviglie nella taverna e poi Hal da suo padre) sono tratte dall’Enrico IV, che narra appunto della conquista del trono da parte del padre di Hal e delle vicende di quest’ultimo, quando, dopo una giovinezza spenta nelle taverne con i suoi compagni di dissolutezza ( con Falstaff) diventerà il futuro Enrico V. Il ripudio di Falstaff fa già parte dell’Enrico IV. Dall’Enrico V, opera cronologicamente successiva e totalmente incentrata sulla figura del nuovo re, è tratta la morte di Falstaff. Per il dispiacere di essere stato abbandonato dal suo giovane compagno di un tempo Falstaff si ammala, e muore.

Ancora sul testo: Di Nietzsche abbiamo soprattutto citazioni tratte da “Also sprach Zarathustra”. Tutta la parte iniziale sul corpo (“Dietro i tuoi pensieri e sentimenti, fratello, sta un possente imperatore, un saggio sconosciuto – si chiama Sé. Abita nel tuo corpo, è il tuo corpo.”) è tratta dallo Zarathustra; mentre il tema del piacere che non desidera altro che la sua riproduzione (impersonato da Falstaff e ribadito più volte) si riallaccia al mito dell’eterno ritorno.

E ancora: Kafka, lettera al padre. Alla celeberrima lettera al padre appartengono i frammenti recitati “fuori campo” al momento del cambio di scena, quando Hal lascia la taverna e torna penitente al dovere cui lo chiama il padre.

Il ruolo centrale nello Falstaff di De Rosa lo “gioca” il corpo: il corpo estremo di Falstaff ovviamente, quello ancora incolume del giovane Hal, il corpo-oggetto delle prostitute (“doll”). Se il corpo è verità (Nietzsche), allora le sue pulsioni sono ineludibili ma… problematiche, perché non rientrano nei confini. Ancora, il corpo allo specchio: le pulsioni omosessuali, i frammenti kafkiani che parlano di una figura paterna “fisicamente” superiore, lo smarrimento di fronte al terrore della propria impotenza.

Quindi il corpo “incatenato” alla norma: quello di Enrico IV (sul palcoscenico è legato alla catena) che ripudia il figlio in una scena che è interamente basata sulla fisicità. L’impatto è molto forte: appare il corpo “incerto” di Hal, che occupa la scena dominata fino ad allora dal grasso corpo di Falstaff. Quando il corpo possente e incatenato del padre finalmente appare e si scaglia contro il figlio, il terrore evocato è quello dell’annientamento fisico

Infine il corpo mortale: quello di Falstaff, certo; ma anche quello di Percy, cugino ribelle, che muore per mano di Hal. Il corpo come sede dell’anima (Nietzsche), quindi come medium dell’eredità: è incatenandosi alla catena, sottomettendo il corpo, che Hal diventerà Enrico V.

Oltre al sangue scorre… il desiderio. Il desiderio e la sua circolazione secondo il filosofo René Girard è il tema centrale del teatro di Shakespeare. Falstaff è certamente un mediatore per il giovane Hal, il quale, pur ossessionato dal dubbio, non può staccarsi da lui.

Di nuovo il padre: questi è un mediatore della violenza, è la legge secondo Shakespeare, è la lama che non ha dubbi e che, come nel caso di Amleto (istigato dal furore del fratello di Ofelia, suicidatasi perché ripudiata da lui), rimuove l’ostacolo che blocca l’eroe indeciso (Hal) semplicemente dandogli l’esempio.

Alla catena si aggancia il corpo ma – evidentemente – anche l’anima che in esso risiede.

Poi c’è ancora il corpo – finalmente mortale – di Falstaff. Invecchiato e fragile, lontano dalla strafottenza tragica ostentata nella prima parte, fa tenerezza: in questo senso la virata del registro espressivo acquista un senso sarcastico. Soffre per non essere più ciò che prima rappresentava per Hal.

Sopra a tutto c’è il padre: questo il tema portante secondo De Rosa. In chiusura si erge sulla scena un volto grottesco con le fauci spalancate: l’autorità, il padre “normativo” e violento, che inghiotte e mette a morte il corpo e le pulsioni, costringendole a incatenarsi con la violenza.

Allora forse si può leggere tutta la pièce come un excursus psicanalitico sull’evoluzione del giovane Hal, sul quale il regista proietta (anche attraverso l’eco delle parole kafkiane) un rapporto conflittuale con la figura paterna, che è sicuramente un’imprescindibile cifra contemporanea.

Allora il senso della pièce sarebbe: cosa succede a Falstaff, alle pulsioni, in questo nostro tempo? Sono avvitate su se stesse, non procedono, non sono più capaci di creare ( lo si dice all’inizio: “non siamo più capaci di creare al di sopra di noi stessi”) e finalmente soccombono, ripudiate da una gioventù che, incapace di opporre una consistenza corporea all’autorità violenta, sceglie di incatenarsi?

“Figli della notte, non c’è domani”.

Presente indicativo: per Giorgio Strehler (paesaggi teatrali)
Lenny
La Locandiera B&B
L’amante
ANDREA PENNACCHI ALIENI IN LAGUNA

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