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La scena

Antonella Parisi
Ultima modifica: 4 Dicembre 2014 14:58
Antonella Parisi
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la scena 2Scritto e diretto da Cristina ComenciniCon Angela Finocchiaro, Maria Amelia Monti e Stefano AnnoniScene Paola ComenciniCostumi Cristiana RicceriDisegno luci Sergio RossiCompagnia Enfi Teatro, produzione di Michele Gentile

————

Quasi un brusio: a sipario chiuso si ode la voce dell’attrice che chiede all’attore, suo compagno di lavoro, se ha spento il telefonino, lui risponde di sì e lei: “Ma proprio spento spento?” e lui: “Ma sì!” e lei: “Adesso dobbiamo cominciare un viaggio che ci porterà da qui all’età della pietra. Ora vedrai…”.

È un buon inizio: crea complicità con il pubblico, perché si ha l’impressione di un errore, forse i microfoni aperti troppo presto, una disattenzione, o ancora meglio, proprio uno sbaglio degli attori. E in fondo è quello che il pubblico cerca da sempre. Va a teatro sperando che qualcuno sbagli o che comunque succeda qualcosa di imprevisto, il famoso caso “fortuito ed inatteso”. La bellezza del teatro è anche questa, la differenza dal cinema è appunto la variabile folle dell’interprete, che nel ruolo del personaggio può farsi beffe dell’indicazione di regia e stravolgere il proprio ‘carattere’. Non avviene spesso, ma il pubblico ci spera sempre. È dunque un buon inizio: si abbatte la quarta parete ancor prima che si abbia il tempo di percepirla.

Due donne in scena, due beniamine del pubblico televisivo. È domenica e Lucia, l’attrice (Angela Finocchiaro) si è presentata a casa dell’amica Maria, dirigente di banca (Maria Amelia Monti) per farle ascoltare il monologo di una scena importante che il giorno dopo dovrà recitare in scena, la scena che dà il titolo allo spettacolo.

Due donne, due aspetti del mondo femminile, potremmo dire, post-femminista, che si parlano addosso, a cuore aperto e vengono fuori verità che non si erano mai dette, pur essendo amiche dai tempi della scuola. I ruoli non corrispondono agli stereotipi: l’attrice non è l’artista genio e sregolatezza, ma una donna algida, seria e forse un po’ noiosa nella sua metodicità. L’altra è tutta un pulsare di carnalità e sensualità alla ricerca ossessiva di un uomo con cui comunicare con il linguaggio del corpo.

Lucia sola in scena, perché Maria è andata a preparare il caffè, mentre si dimena in un orgasmo recitativo, si vede comparire dinanzi un bel ragazzo in mutande(Stefano Annoni), che la scambia per la donna con cui ha trascorso una notte di passione: fuoco e sesso. Due corpi che si cercano nell’eterna danza primitiva dove non c’è spazio neanche per le presentazioni.

Due modi diversi di essere donna ed un ragazzo di ventisei anni, ma già “uomo” come rivendica egli stesso. Si ribaltano i ruoli, equivoci e scambi di persona. Le donne-amiche sembrano parlare a specchio in una ‘lavanda psicologica’ che porta in superfice speranze, frustrazioni, desideri, rimpianti e ricatti: i tre personaggi in scena diventano protagonisti di un viaggio alla ricerca della verità, in un continuo incalzare di battute divertenti e surreali, sottolineate dalle continue risate del pubblico.

Cosa è rimasto dei dibattiti femministi? Le donne si lamentano ancora, parlano sempre tanto: di se stesse e soprattutto degli uomini. La novità viene prepotentemente dalla voce dell’attore ragazzo-uomo che è disposto a tutto pur di essere ascoltato, anche a far sfoggio di prestanza fisica con figurazioni di arti marziali con relative urla.

Le donne, comicamente spaventate, si chiedono: “Dove si nascondono gli uomini, quelli veri?”.

Uno spettacolo gradevole, dal testo originale che suggerisce un percorso ancora da approfondire.

Le attrici, brave, scivolano sul velluto di un tappeto attraversato mille volte, e procedono sicure senza intoppi, rimanendo fedeli alla ‘maschera’ che il pubblico già conosce. Mi piacerebbe vederle indossare anche altre ‘maschere’.

La scena, un po’ banale, con un tavolo e delle sedie, ad interpretare un appartamento forse modesto per una direttrice di banca, un divano, un mobile da cucina sul fondo un po’ retrò e abbastanza inutile all’azione scenica fa da cornice ad una insolita conversazione.

Ma quanto davvero sono distanti Venere e Marte? Può il ragazzo, manipolato ed oppresso da una madre super efficiente, diventare un uomo migliore di suo padre?

E Lucia, dopo aver ascoltato il racconto della sua vita e delle sue paure e sofferenze da una Maria che finge di essere l’attrice, può superare il blocco della sua apparente frigidità?

Il caffè e la voglia di respirare aria pulita li portano ad uscire e il ragazzo in mutande le segue, non ancora risolto nelle sue incertezze.

Indovinati i costumi nella loro semplice normalità e la regia sigla uno spettacolo che ha molto divertito il pubblico.

Teatro del Lemming in “Cantami Orfeo”
“Passione”, progetto di Daniela Nicosia tratto dal romanzo di Giovanni Testori
Lo zoo di vetro
Antonio Latella Riccardo III Vinicio Marchioni
“Il Mercante di Venezia” di William Shakespeare

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