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Teatrionline > Blog > Prosa > Giuseppe Battiston in “Falstaff”
Prosa

Giuseppe Battiston in “Falstaff”

Irene Romano
Ultima modifica: 8 Gennaio 2015 16:50
Irene Romano
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fotoPer la prima volta Sir John Falstaff approda al Teatro della Pergola da assoluto protagonista. A vestirne i panni è Giuseppe Battiston che, diretto dal regista Andrea De Rosa, ci regala un’interpretazione irriverente, audace e quanto mai attuale, del celebre personaggio shakespeariano.

Quello di Falstaff è un universo fatto di luci soffuse e stoffe dalle tinte calde. Un universo di sfrenatezze, che ammalia e risucchia. Falstaff si accarezza la grande pancia e beve vino circondato da donne piacenti, mentre dispensa ai sui giovani compagni la propria saggezza. “Sospiri e rimpianti fan gonfiare un uomo come una vescica”, dice. Perché dunque averne? È qui che ha origine il suo anticonformismo: nell’amore assoluto per la vita e la libertà. Un’inarrestabile ricerca del piacere che non ha bisogno nient’altro che di se stesso. Il suo è dunque un eterno perpetuarsi di allegria e spensieratezza, senza impegni né obblighi, che lo accompagna in una sterile e inconcludente quotidianità.

Alla sua ‘corte’ c’è anche il figlio di Enrico IV. Ben presto il futuro re d’Inghilterra sarà investito da grandi responsabilità ed è per questo che il giovane principe Hal, interpretato da Andrea Sorrentino, s’immerge nell’universo variopinto di Falstaff con tutto se stesso. Se da un lato Falstaff lo accoglie come un figlio, educandolo ai piaceri della vita, dall’altro vi è il richiamo all’ordine di Enrico IV, il Re padre. Due universi lontani, incapaci di comunicare tra loro. Anche la scenografia di Simone Mannino si muove in questa direzione, supportata dai contrasti di luci e tonalità curati da Pasquale Mari. Un calore lussureggiante e vitale permea l’universo di Falstaff, mentre Enrico IV è inserito in uno spazio vuoto e austero. Un’atmosfera plumbea in cui il sovrano è avvinto da una catena di obblighi e responsabilità.

Non è un caso che De Rosa abbia affidato allo stesso Battiston sia l’interpretazione di Falstaff che quella di Enrico IV. La spensieratezza della gioventù nel primo e la razionalità del mondo adulto nel secondo, rappresentano due visioni diverse del rapporto padre-figlio. Ecco dunque che Battiston, dopo averlo fatto con L’invenzione della solitudine diretto da Gallione, torna, seppur con le dovute differenze, ad affrontare il delicato tema dell’incomunicabilità tra padre e figlio. Nell’adattamento di De Rosa vi è timore, senso d’inadeguatezza, trasgressione delle regole e desiderio d’approvazione. Il rapporto padre-figlio viene sviscerato e posto al centro di un testo che si arricchisce anche di brani tratti dalla Lettera al padre di Kafka e da Così parlò Zarathustra di Nietzsche.

Una modalità narrativa moderna e d’impatto, che permette allo spettacolo di fluire libero. Giovanni Franzoni si fa Giudice Supremo, ma anche voce della coscienza, e mentre la storia fa il suo corso, s’inserisce con irriverenza, tagliente e a tratti toccante, prendendo lo spettatore per mano e invitandolo a procedere. È comunque la coralità degli interpreti l’elemento vincente nella rappresentazione sulla scena del mondo gioioso ma inconcludente di Falstaff. Magistrale l’interpretazione di Giuseppe Battiston, sempre all’altezza dei ruoli affidatigli.

“Il tempo di Falstaff non va da nessuna parte, è bloccato”, racconta De Rosa. Quello di Enrico IV, invece, percorre una strada battuta dai doveri. Dietro a queste due figure ingombranti vi è un giovane nel delicato passaggio da un universo all’altro. È proprio Hal a dare dinamicità alla storia ed è infatti attraverso di lui che lo spettatore si ravviva, con il suo conflitto interiore e la necessità di trovare una strada che non sia né sterile né imposta, ma che sia semplicemente ed in modo straordinario la sua.

Dietro ad un’apparente staticità, quindi, lo spettacolo nasconde un inaspettato movimento. A muoversi, però, più che i personaggi, è l’animo dello spettatore. Uno spettatore che, a differenza del giovane Hal, non viene ricoperto di obblighi né condotto alla verità, ma piuttosto sollecitato alla riflessione. “La finalità del teatro è di riuscire a porre degli interrogativi che risuonino, in modo sotterraneo, nella coscienza dello spettatore”, confessa Battiston ed è proprio quello che De Rosa riesce a fare, regalandoci uno spettacolo che è un inno al coraggio e alla libertà di essere.

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