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L’inferno e la fanciulla

Ester Formato
Ultima modifica: 10 Marzo 2015 18:16
Ester Formato
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fotoProgetto e drammaturgia di Mariano Dammacco e Serena Balivo

Regia di Mariano Dammacco

Con Serena Balivo

Prodotto da Piccola Compagnia Dammacco

—————

In una scena del tutto vuota una goffa fanciulla, come intrappolata in un corpo sformato, costretta da movimenti meccanici ed innaturali, a mo’ di bambola, sta sola con pochi e banali oggetti d’infanzia. La sua voce, riflesso di un’età ormai lontana dalla quale stenta a staccarsene, è la riproduzione di una combinazione distorta di suoni interiori che ostruiscono prevalentemente quella adulta e matura. Un altro elemento che colpisce di questo strano pastiche genetico, è il paio di scarpe ortopediche troppo strette – quelle a occhielli, per generazioni l’incubo di tutte le bambine – che rende la deambulazione del tutto disfunzionante: le ginocchia sono piegate verso l’interno (frequente tendenza di quell’età), e tutto ciò impedisce la fluidità dei passi. Caratteristiche infantili per un corpo ormai già grande.

Non è un essere mostruoso quello che abbiamo dinanzi agli occhi, è solo una visionaria allegoria di cosa significhi “sentirsi” adulti oggi. La nostra fanciulla prende la sua cartella; è il primo giorno di scuola, sfila con la sua divisa da marinara nel salotto e la mamma le dice che è davvero bella. Il primo giorno di scuola diviene ironicamente, secondo il livello estraniante del suo linguaggio (la parte adulta), il suo debutto in società, per questo le hanno comprato tanti vestiti nuovi. Eppure qualcosa non la convince; perché andare a scuola se ciò non la rende felice? Cos’ha fatto di male per andarci? I suoi genitori non le vogliono più bene, forse? La scuola è una roba strana; delle femminucce, durante la ricreazione, giocano al matrimonio cattolico, alle mamme con una trafila di bambolotti, alle principesse… una distorta quanto grottesca proiezione di un mondo adulto inchiodato ad un’epoca precedente che si rincarna nel ricordo di un edificio scolastico costellato da presenze inquietanti e dal nome altrettanto allarmante: Anna Frank. La distanza tra l’età dell’infanzia e quella adulta e la relativa coscienza è veicolata attraverso un accattivante uso estraniante del codice espressivo. Una variazione di luci, un ombrellino e all’improvviso una voce matura proviene dalle stesse labbra: “L’inferno intorno a noi si manifesta per gradi”. Poi di nuovo quella di prima, il racconto di un bambino che disegna – proiezione di un amore, un’affinità intellettiva, – una grottesca caricatura dei gesti da donna adulta (il trucco e lo specchietto che prende dalla stessa cartella), una spada giocattolo per trincerare il suo spazio, una “repubblica tutta mia” in cui rifugiarsi dalla difficoltà di una relazione o forse dal fallimento di non aver trovato un’anima gemella con la quale vivere l’età matura. La biologica metafora, dunque, del microbo che si scinde se non c’è un compagno.

Ritroviamo, alla fine, la stessa fanciulla in attesa del suo “ascensore sociale”. Ella è lì, con lo sguardo che ritmicamente e con sorprendente mimica si alza a intervalli regolari per veder apparire questo metaforico ascensore che la porterà all’857esimo piano, quello stimato secondo assurdi calcoli come idoneo alle sue prospettive di adulta. Non arriverà, la fanciulla resta una “Cenere”, bruciata dal suo stesso inferno interiore. Neanche più una Cenerentola. Eppure, con una musica fiabesca, un contrappasso di questo inferno individuale, si conclude lo spettacolo.

Serena Balivo è l’interprete di questa allegorica condizione di chi non è più fanciullo e non riesce a diventare grande, ed è anche co-autrice del monologo insieme al regista Mariano Dammacco. Colpisce la sua capacità di controllare ogni minimo gesto, di convertire la sua presenza adulta in un distorto utilizzo del corpo e della voce; in ciò però non c’è nulla di meccanico, ma riesce invece a definire nello spazio vuoto una gestualità curata nei piccoli particolari di cui ne è abilmente padrona, coadiuvata da un’argutissima alternanza di spirito e di grottesco. Inoltre, è da considerare la drammaturgia dell’opera in sé; il monologo si basa su un uso estraniante della proprietà di linguaggio, il parlar forbito è quella parte adulta intrappolata sotto quegli abiti e sotto quella gestualità, è ciò che dà alla pièce una valenza amabilmente ironica e brillante che l’attrice restituisce con notevole intelligenza.

La scuola, la ri-creazione, il dirigente scolastico, i giochi e i compagni emergono come una microsocietà (il primo giorno di scuola è assimilato ironicamente ad un debutto in società) che doveva contribuire alla crescita individuale ma che diventa il recipiente delle insicurezze delle quali non riusciamo a scrollarci. Essi restano i primi elementi costituenti di questo “viaggio” (sarcasticamente allusivo a Dante) che ha bisogno di mappe che non riescono ad indicarne l’uscita e che invece diviene man mano gabbia interiore nella quale l’anonima fanciulla resta tale senza poter acquisire un’identità adulta sia in senso sociale che in quello relazionale. Nella distorsione fisica e vocale del personaggio di Serena Balivo e Mariano D’Ammacco rinveniamo parti di ciascuno di noi, del nostro senso di inadeguatezza – questo, il male assoluto dei nostri tempi – rispetto al voler pienamente vivere la condizione di adulti. Un tema senz’altro profondo, paradigma comune a tanti che con questo spettacolo lo vediamo declinarsi in maniera originale scevro di ogni banale retorica, veicolato attraverso una compresenza di registri stilistici ed un approccio estraniante riguardo alla drammaturgia, congiunti ad un lavoro attoriale, davvero interessanti.

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