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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Numero Primo” di Marco Paolini
Senza categoria

“Numero Primo” di Marco Paolini

Lorenzo Mucci
Ultima modifica: 19 Novembre 2015 09:41
Lorenzo Mucci
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fotoAutore, attore, regista: Marco Paolini

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La stagione del Teatro Pascutto di S. Stino di Livenza si è aperta con l’ultimo spettacolo di Marco Paolini, Numero Primo, che si riallaccia al filone autobiografico degli Album dei primi anni ’90, continuando a focalizzare la propria attenzione sulle trasformazioni del Nord-Est, con la differenza di spostare l’ambientazione dal passato ad uno scenario futuro dalle tinte fantascientifiche. Nel triangolo compreso tra Zoppè di Cadore, Mestre e Trieste, si svolge l’infanzia di Numero Primo, un bambino di 5 anni e mezzo, adottato “al buio” dal fotografo Ettore, dopo averne conosciuto on-line la madre, la siriana Hechné. Così come Ettore si è innamorato della voce di Hechné, che si è sempre rifiutata di incontrarlo, allo stesso modo è conquistato dalla personalità di Numero Primo. La straordinaria e imprevedibile vitalità di questo bambino, il suo coraggio, l’intraprendenza e la spontanea affettività nutrono di gioia e di senso la paternità di Ettore. Nell’immaginario di Paolini Numero Primo simboleggia da un lato il solido ancoraggio ai valori arcaici della Natura e dall’altro l’attrazione verso i progressi della Scienza. Il Prologo dello spettacolo ci mostra alcuni episodi dell’infanzia che Numero Primo trascorre nell’incontaminata montagna veneta in cui egli dimostra l’attaccamento all’ambiente naturale e la strenua difesa degli animali (come nel caso del salvataggio del termitaio a cui hanno dato fuoco i compagni di gioco). Ma il figlio dell’era telematica sembra trovarsi a suo agio anche nel futuribile mondo della pervasiva spettacolarizzazione consumistica e della ineludibile convivenza multietnica. La sua magica ma umanissima facoltà di “sorridere di felicità e di migliorare la vita di chi vive con lui” lo rende protagonista di una favola avventurosa in cui viaggia con papà Ettore alla scoperta di “Balocchi”, il mega-centro commerciale a forma di immensa bottiglia in cui l’esclusione dalla Natura (al firmamento stellare si sostituisce una fantasmagoria di ologrammi) viene compensata dall’immediata produzione on demand di merci in scala rigorosamente non realistica, come la capra che dovrebbe consumare la scatola di fagioli scaduta; o alla scoperta della “Fabbrica di Neve”, che produce neve artificiale sfruttando l’acqua della laguna ed è stata costruita accanto a “Balocchi” in una Mestre che ormai sembra surclassare le attrattive di Venezia ridotta ad esibire il parziale funzionamento del Mose. Alla fine, è sempre Numero Primo a trovarsi al centro degli avvenimenti con un intervento risolutivo: che si tratti di dirimere lite che si sta consumando in Via Piave a Mestre, sotto la casa di Ettore, tra afghani, eritrei, cinesi, sudamericani ecc.; o di far fronte dell’assalto dei pidocchi che rischia di mettere in crisi anche l’ipertecnologico Istituto “Steve Jobs” di Trieste, dove Numero Primo si è trasferito per frequentare la scuola primaria in una classe in cui la percentuale di triestini è bassa mentre è alto il rischio della discriminazione, come nel caso dell’amico Mario Grizzo, figlio di giostrai, accusato ingiustamente di essere la causa scatenante dell’epidemia. Sì, perché Numero Primo è portatore oltre che di curiosità scientifica anche di uno spirito di tolleranza e solidale apertura verso l’Altro; e forse per questo è destinato a soccombere nella futura società dell’innovazione tecnologica. Paolini nella scena finale getta infatti una luce un po’ sinistra sulla vicenda quando alimenta il sospetto che Numero Primo sia stato una sorta di cavia da esperimento scientifico. Il dubbio che al bambino in coma per aver tentato di salvare la “Fabbrica di neve” dall’invasione congiunta di topi, granchi e gabbiani, sia stato asportato chirurgicamente un occhio, dà alla chiusa del racconto fiabesco il sapore di un amaro apologo.

Marco Paolini, con consumata arte di attore-narratore, snocciola il suo monologo di due ore ininterrotte, con accattivante naturalezza e precisione, dosando le pause e regolando intensità e intonazioni di voce in base alla temperatura emotiva degli accadimenti e agli scarti dello sguardo ironico. È ammirevole l’economia di mezzi raggiunta da questo artista nell’uso misurato e icastico di gesticolazione e posture, in funzione di accompagnamento della partitura verbale o di autonoma espressione rappresentativa. Per non parlare delle scenette di schietta ascendenza popolare in cui Paolini, calandosi nei panni delle varie macchiette dialettali e transnazionali, ritrova nel comune terreno della cultura orale, oltre che l’effetto comico, una complicità non banale col pubblico.

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