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Teatrionline > Blog > Senza categoria > “Il fiore del mio Genet”: spettacolo itinerante tra i bassifondi dell’anima.
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“Il fiore del mio Genet”: spettacolo itinerante tra i bassifondi dell’anima.

Redazione2
Ultima modifica: 2 Novembre 2017 09:36
Redazione2
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Nei giorni 3 e 4 Novembre alle ore 21:00 e domenica 05 Novembre alle ore 18:30, presso il Teatro Duse di Bari, sarà di scena la Compagnia “Il Teatro delle Bambole” con la commedia “Il fiore del mio Genet” con Federico Gobbi e Domenico Piscopo.

Sinossi
“Il fiore del mio Genet”, è un ricordo, un omaggio, un encomio postumo, una riflessione sulla poetica estremamente poetica, un ingaggio delle anime perdute, del mondo melmoso e puro di Jean Genet.
Due attori si muovono nelle dimensioni della sacralità e del ladrocinio, della mendicità e della santificazione. Due figure iconoclastiche, ora regali uccelli conquistatori, ora marinai che raccontano, ora feroci assassini, ora venditori di corpi. Stare con Genet, significa stare dalla parte di chi non è stato ascoltato, di chi ha avuto la maledizione di un destino duro fin dalla nascita, perduto da un “passaggio” ad un altro, da un genitore ad un altro… Perduto, sì, in una eco infinita di pensieri che nessuno vuole condividere.

Drammaturgia: Andrea Cramarossa

Attori in scena: Federico Gobbi e Domenico Piscopo

Costumi e sartoria: Silvia Cramarossa

Maschere: Luigia Bressan
Allestimento e regia: Andrea Cramarossa

Produzione: Teatro delle Bambole
Con il sostegno di: CEA WWF Masseria Carrara, Festival Collinarea, Notte di Poesia al Dolmen.

Note di regia
I due temi fondamentali del “possesso” di Genet adolescente e uomo adulto, delle cose e delle persone, cioè l’esser santo e l’esser ladro, hanno condotto il mio immaginario teatrale su un palcoscenico ridondante di vita, di ansimi, di aneliti, di aspettative… Bagni pubblici, chiese, porticati umidi e lastricati di urina, banchina del porto. E marinai, gli adorati marinai, virili e sporchi, in scena come ombre di desideri immaturi, violentemente spazzati via dall’ultimo verso poetico. Marinai, così belli nella ribellione.

Due attori si muovono nelle dimensioni della sacralità e del ladrocinio, della mendicità e della santificazione. Alto e basso continuamente e nello stesso istante: frenesia, paradosso, ghiaccio che brucia, passione e immobilità, conflitti e contrasti, bene e male, tutto in un solo istante.

Due figure iconoclastiche, ora regalmente impegnate all’accoppiamento, ora dedite alla fruizione del loro racconto orale come testamento impopolare della loro magra esistenza, come figli ancora inesperti della vita, che non conoscono la pioggia e la grandine, si muovono nella sopravvivenza del loro essere, impegnati a dover esistere senza ascolto. Troppo buia la loro vita, troppa carne senza identità, lasciata al macello, appesa, offerta al primo che passa da lì, dal pisciatoio, per rubargli il portafoglio mentre si sbottona i pantaloni e fuggire sulle ali di un capolavoro… Genet! Genet! Genet! Distrutto per essere ricostruito nella solitudine del suo calvario poetico.

Due attori, ora regali uccelli conquistatori, ora marinai che raccontano, ora feroci assassini, ora venditori di corpi, ora dediti alla sottomissione e alla perversione delle vesti, in un feticismo estremizzato delle affettività. Persi, con l’ausilio di abiti di scena e maschere, cambieranno ripetutamente volto, divenendo essi stessi macigni di incalcolabile pesantezza e leggerezza nel gesto del male che segna e ibrida anche il più risoluto pudore rimasto in vita, poiché chiunque vorrebbe essere macchiato, sporcato, da quella inumana poesia.

Due attori che diverranno immagini votive essi stessi, volgari e schizzate di sangue ubriaco e nudo, sangue nudo come pioggia che cola da tutte le poesie appese e taciute in vita, ora grandi, ora inutili, rischiosamente in bilico sul baratro malfermo della voragine vuota che inghiotte la memoria.

Andrea Cramarossa

Info e prenotazioni: 080/5046979

 

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