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Reading: L’amore ai tempi dello steampunk
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L’amore ai tempi dello steampunk

Carlo Emilio Tortarolo
Ultima modifica: 8 Maggio 2018 14:50
Carlo Emilio Tortarolo
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Le fondazioni liriche italiane affinano la ricerca, per le proprie stagioni operistiche, di un paio d’ opere all’anno fuori dal canonico repertorio. Nella libreria del repertorio scomparso, a volte si recupera, così, qualche gemma nascosta tra la bigiotteria.

Certo questo comporta più spesso problemi aggiuntivi che soluzioni facili: sono necessarie più prove (un’opera non in repertorio o addirittura mai eseguita, richiede uno studio da zero, per tutti, dal direttore all’ultimo artista del coro), così come è necessario anche uno studio critico sull’opera stessa (spesso non presente) e infine è necessaria la disponibilità del pubblico che si trova ad assistere a qualcosa di molto simile ad una prima assoluta.

Se si riscontra il plauso di critica e pubblico allora è gratificante la soddisfazione.

In questa nuova produzione scaligera, il regista David Putney e la scenografa Leslie Travers allestiscono la tragedia dell’amore dannato di Francesca e Paolo, di dantesca tradizione (fra tre anni inizieranno le celebrazioni per i 700 anni dalla morte) in un ambiente steampunk in cui la miscela dannunziana, autore della tragedia non del libretto, di sensualità femminile e brutalità maschile viene eccezionalmente rappresentata dalla scenografia imponente.

Una struttura cilindrica al cui interno è ricavata la stanza di Francesca e in cui l’elemento principale, una statua femminile, viene via vai più trafitta nello scorrere temporale degli atti dagli aculei della passione (o della gelosia o della vendetta, a seconda dei personaggi), mentre all’esterno presenta una superficie metallica irta di postazioni militari, simbolicamente gli spalti del castello di Malatesta.

Infine il libro galeotto, materialmente un librone in centro scena, nido d’amore e tomba dei due amanti.

L’imponenza delle masse corali e la cura delle scene dei personaggi principali, spesso posizionati su livelli diversi rispetto al palco, fanno di questa produzione un piacere visivo non indifferente.

Sempre più i registi cercano soluzioni televisive alle produzioni e questo dà maggiore scorrevolezza e leggerezza al canovaccio della storia.

I coup de theatre, dall’omicidio a freddo del giullare nel primo atto fino al fallico cannone di fine secondo, sono delle aggiunte tese più allo spettacolo che a reali necessità sceniche.

Ma impressionano, in senso positivo, e piacciono.

La non facile scrittura orchestrale viene abilmente amministrata da Fabio Luisi. Se imponente è la messa scenica, non da meno l’organico orchestrale. Il direttore governa abilmente i momenti sinfonici mentre preferisce l’effetto sonoro, volto al risalto dei pregevoli ornamenti di Zandonai, anche nei momenti lirici. Ciò comporta che qualche volta le voci vengano sovrastate dalla massa orchestrale, soprattutto se, come successo, i cantanti si trovavano in posizioni differenti dal proscenio o zone limitrofe.

Due parole le merita anche la musica di Zandonai. Una piacevole scoperta, una summa degli stili (francese, tedesco, pucciniano, wagneriano, etc) ben cuciti fra di loro in un ordito che non disdegna i piccoli dettagli, ad esempio il solo di violoncello nel finale primo.

La vocalità scritta dal compositore è, invece, impervia e non risulta facile, soprattutto per cantanti non madrelingua, ottenere un declamato completamente intellegibile. Peccato quindi dover ricorrere fin troppo spesso al libretto per cogliere tutti quei riferimenti letterari presi dal librettista al testo di D’Annunzio.

La prova di Maria José Siri, tecnicamente valida e capace comunque di reggere 4 atti da protagonista assoluta, è ampiamente sufficiente. Il suo personaggio è allineato alle intenzioni registiche risultando comunque interiorizzato.

Marcelo Puente tratteggia un Paolo concreto ma meno dominante di quanto invece raccontato nel libretto. Preciso e sensibile alle necessità musicali, ad esempio nel duetto d’amore, senza pretendere la scena come protagonista.

Fra tutti spiccano Gabriele Viviani, lo spietato guerriero Gianciotto, equilibrato ed espressivo fino alla disperazione violenta dell’appurato tradimento, e Luciano Ganci, Malatestino, splendidamente sadico, personaggio credibile.

Nei comprimari, tutti ben inseriti e precisi, menzione per Idunnu Münch, la schiava Smaragdi, ottima voce.

Il coro diretto da Bruno Casoni si cala perfettamente nella parte dei miliziani a difesa del castello, con forza e volume sonoro, così come nella delicatezza del coro femminile di inizio opera.

———–

Giovedì 26 Aprile, Teatro alla Scala, Milano

Francesca da Rimini

Tragedia in quattro atti

Libretto | Tito Ricordi

Musica | Riccardo Zandonai

Direttore | Fabio Luisi

Regia | David Pountney

Scene | Leslie Travers

Costumi | Marie-Jeanne Lecca

Luci | Fabrice Kebour

Coreografia | Denni Sayers

CORO e ORCHESTRA DEL TEATRO ALLA SCALA

Maestro del Coro | Bruno Casoni

Personaggi ed interpreti principali

Francesca | Maria Josè Siri

Paolo il bello | Marcelo Puente

Giovanni lo sciancato | Gabriele Viviani

Malatestino dall’Occhio | Luciano Ganci

Samaritana | Alisa Kolosova

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