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“I giganti della montagna”. La magia del teatro

Tania Turnaturi
Ultima modifica: 20 Marzo 2019 14:23
Tania Turnaturi
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I giganti della montagna
Foto di Tommaso Le Pera
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I giganti della montagna
Foto di Tommaso Le Pera

Ultima opera teatrale di Pirandello, corale e incompiuta, tratta dalle “Novelle per un anno”, interrotta dalla morte dell’autore. Testamento artistico e sintesi della poetica del drammaturgo agrigentino, con i risvolti psicologici ed emotivi della sua produzione teatrale: l’essere umano è come gli altri lo vedono o come egli si percepisce? gli attori sono vivi e reali e interpretano un ruolo oppure sono i personaggi che rappresentano o addirittura proiezioni di un sogno, e non provano emozioni ma le suscitano? quando esprimono forti passioni recitano o vivono?

Nella diroccata villa “La Scalogna” dove ha trovato rifugio un gruppo di disadattati, una compagnia di attori sbandati al seguito della contessa Ilse fa irruzione con un carrozzone, nell’affannosa ricerca di un luogo dove recitare “La favola del figlio cambiato” scritta da un poeta morto suicida per amor suo (dramma in versi dello stesso Pirandello: la realtà che diventa teatro nel teatro!).

Il Mago Cotrone, guida degli Scalognati, descrive il loro mondo, quell’“oltre” di utopia e poesia in cui l’immaginazione rende tutto reale e ogni notte i sogni e i pensieri diventano vividi, con fantocci inanimati che prendono vita dando corpo ai desideri perché “i sogni vivono fuori di noi”, e propone alla contessa di rappresentare l’opera per loro, che credono ai fantasmi più che ai corpi, ma la contessa rifiuta perché vuole portarla tra gli uomini. Cotrone, allora, le propone di rappresentarla ai Giganti che vivono sulla montagna, forti fisicamente, pragmatici e un po’ ottusi, dei quali in lontananza si odono le grida selvagge mentre cavalcano per scendere in paese per una festa di nozze, incutendo terrore agli attori.

Non c’è cesura tra vita e sogno, dramma vissuto e dramma rappresentato, tutti i personaggi vivono contemporaneamente nella realtà, nella finzione e nel sogno, in modo circolare. Circolare è anche la trama che non ha svolgimento temporale, inizio e fine: i personaggi stanno tutti in scena, ognuno con la sua verità, la sua concezione di sé e degli altri, la sua visione del mondo e del tempo.

Un’opera senza un finale drammaturgicamente scritto ma freudianamente compiuto: è senza fine l’eterna manifestazione della vita e della psiche umana, da Freud scandagliata e da Pirandello rappresentata.

Il Mito, la Magia, il Sogno spezzano i confini e i limiti della realtà dando vita alle allucinazioni, esprimendo l’inesprimibile, dove si è quello che si sogna, liberi non più (come nelle opere precedenti) perché rifugiati nella pazzia, ma fluttuanti nella primitività del Mito dove si è privi del corpo e “padroni di tutto e di niente”. Questa consolazione surreale, però, viene sconfitta dal magma caotico della realtà, il “Caos”, cioè i Giganti.

Gabriele Lavia chiude con questo testo la trilogia pirandelliana dopo Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca … e non solo, realizzando una messinscena onirica e grandiosa (oltre 20 attori), di impatto felliniano nella fantasmagoria di personaggi dai coloratissimi e bizzarri costumi clowneschi che invadono anche la platea girovagando tra il pubblico. È un Cotrone misurato che si esprime in sordina, consapevole che tutto è niente e niente è necessario e solo i poeti danno coerenza ai sogni in cui palpitano le anime liberate dai corpi e dalle maschere. Col fez in testa (è “dimissionario dal mondo per il fallimento della poesia della cristianità”) vagheggia un mondo lirico ma sa di doversi misurare con le volgarità, mentre Ilse grida “Io ho paura! Ho paura!”. La sua regia coglie nel segno e lascia il segno. I personaggi sono magici e contemporaneamente “vivi”, ognuno incisivamente rappresentato, grazie anche ai costumi di Andrea Viotti, le maschere di Elena Bianchini e le coreografie di Adriana Borriello. Federica Di Martino è una nevrotica e fragile contessa.

Fortemente suggestive le scene di Alessandro Camera con i ruderi di un maestoso teatro dai palchi stuccati e dorati, metafora della vicenda e della vita, in cui la bellezza è in rovina e l’arte è alla deriva.

Scrive Lavia nelle note di regia: Nel testo si riannodano tutti i temi e i motivi speculativi, drammaturgici, estetici, che sono connaturati al mondo dell’autore. Il clima che si offre allo spettatore è quello di una straordinaria, espressiva, ineffabile bellezza. I Giganti, mito dell’arte, è senza alcun dubbio il capolavoro di Pirandello. Capolavoro, forse, perché mai concluso. E, per questo, diventa un’opera aperta con un registro inventivo mai così fantastico. È come se il teatro del grande agrigentino fosse miracolosamente investito da un soffio di fantasia poetica che raggiunge l’altezza e la trasparenza dello sguardo di un “bambino”. Pirandello conclude così, con l’incanto di queste ultime pagine, il suo destino di fondatore del teatro moderno.

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