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Memorie di Adriano

Costanza Bruscella
Ultima modifica: 8 Novembre 2019 14:27
Costanza Bruscella
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Memorie di Adriano
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Memorie di Adrianotratto da un’opera di: Marguerite Yourcenar

con: Pino Micol

e con: Federico Ruiz, Evelina Meghnagi, Arnaldo Vacca, Cristiano Califano

coreografie: Eric Vu An

costumi e allestimento scenico: Lorenzo Cutùli

regia: Maurizio Scaparro

produzione: Teatro Ghione, Fondazione Teatro della Toscana

con il contributo del Teatro Olimpico di Vicenza

——–

Veli e biancore.

Veli: quando il sipario si apre, l’anima è ancora oppressa dalla materialità corporea. L’imperatore Publio Elio Traiano Adriano sta svanendo; rimane solo Adriano, l’uomo, spogliato del suo ruolo di potere, a tu per tu con quel corpo (“otre di mali, sogni ed ambizioni”) e con il suo vissuto da esteta, da artista, da poeta, da amante delle arti e della socialità. L’escamotage della lettera al suo successore, altro non è che un’autoanalisi di sé, per conoscersi meglio prima di morire: si dipanano le inquietudini, si dissolvono le nebbie e compare la luce.

Sono gli istanti ultimi nei quali Adriano raccoglie gli eventi che disegnano la sua vita.

Prima nazionale al Teatro della Pergola, con l’intensa interpretazione di Pino Micol e la regia di Maurizio Scaparro.

Lo spettacolo, tratto dall’omonimo libro della scrittrice francese Marguerite Yourcenar, continua ad essere attualissimo (“che il viaggiatore più umile potesse errare da un paese, da un continente all’altro, senza formalità vessatorie, senza pericoli, sicuro di trovare ovunque un minimo di legalità e di cultura”), rammentandoci le radici del pensiero occidentale e della nostra storia e dandoci modo di reinterpretare il passato, conservando l’autenticità storica.

Nell’osservare così la vita di Adriano imperatore, uno dei cosiddetti “buoni imperatori”, non è difficile comprendere il fascino incantatore che la sua figura ha esercitato per secoli: Flaubert con le sue parole lo dipingeva così: “Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, fra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo.”

La riflessione di (e su) quest’uomo ha probabilmente il suo fulcro nella passione (erotica e amorosa) nei confronti del giovane Antinoo, dal quale si sente a sua volta profondamente amato.

L’idea dell’amore di Antinoo è espressa con un bellissimo pezzo di danza, ballato da Federico Ruiz: niente può far capire il significato dell’atto di estrema devozione del giovane meglio di un corpo che senza parlare riesce a dire tutto. Solo la danza ha questa capacità e per questo può raccontare l’amore, l’amore di questa figura così particolare, così imponente e silenziosa. Le sue movenze sinuose danno corpo all’immagine di una carezza che giunge sino all’anima e trasportano lo spettatore nel sentimento puro che avvolge interamente l’animo di Antinoo e, di riflesso, di Adriano stesso.

“Con la maggior parte degli esseri umani, i più lievi, i più superficiali di questi contatti, bastano o persino superano l’attesa; ma se essi si ripetono, si moltiplicano attorno a un unico essere sino ad avvolgerlo interamente; se ogni particella del colpo umano si impregna per noi di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto; se un essere solo, anziché ispirarci tutt’al più irritazione, piacere o noia, ci insegue come una musica e ci tormenta come un problema, se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo, e infine ci diviene più indispensabile che noi stessi, ecco verificarsi il prodigio sorprendente, nel quale ravviso ben più uno sconfinamento dello spirito nella carne che un mero divertimento di quest’ultima”.

Marguerite Yourcenar svela il messaggio nascosto di speranza e bellezza che l’imperatore vuole trasmettere: l’esistenza è composta da esperienze talmente uniche che valgono comunque la pena di essere vissute. Tante disgrazie, tanti dolori, ma la vita va centellinata fino all’ultimo goccio, nella speranza che ci riservi qualche sorpresa positiva.

Vivere, soffrire, amare, lacerarsi, sperare.

È così che tutto sembra spegnersi, ma si fa chiara la realizzazione del sé, il proprio ideale, il “bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo”.

L’Uomo continua a contemplare Roma, il mondo, la propria anima, entrando nella morte ad occhi aperti: biancore.

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