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Teatro Argentina, “La commedia della vanità” di Canetti, il futuro dispotico secondo Longhi

Fabiana Raponi
Ultima modifica: 3 Febbraio 2020 09:11
Fabiana Raponi
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La commedia della vanità
Foto di Serena Pea
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La commedia della vanità
Foto di Serena Pea

Zibaldone umano e coro polifonico di numerosi personaggi, La commedia della vanità dal premio Nobel Elias Canetti nella nuova coproduzione (fra cui Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro di Roma) diretta da Claudio Longhi in scena al Teatro Argentina di Roma (repliche fino al 9 febbraio) è uno spettacolo importante quasi imponente nell’idea di messinscena, nel coinvolgimento di oltre 23 attori sul palco utilizzati per la creazione di maschere immediatamente riconoscibili per la voce e il costume. Tutti si muovono in scene dal sapore circense, fra gabbie, luci e sipari rossi, a contenere un florilegio di umanità prigioniera di sé stessa: Longhi abbatte la quarta parete, getta di continuo gli attori nella platea, gli lascia occupare fisicamente e vocalmente gli spazi sui palchetti e mantiene un sottile confine fra parade e varietà, farsa e dramma borghese.

Strutturato in tre parti diversi (con un salto di dieci anni ciascuna), La commedia della vanità racconta la nascita e il consolidamento raggelante di una dittatura che comincia con il rogo e la messa al bando degli specchi che vengono distrutti. I tre lunghi capitoli vivono di ritmi e stili diversi descrivendo l’entusiasmo e la frenesia spropositata dei caratteri umani sulla scena per arrivare al loro ridimensionamento emotivo e alla dissoluzione dell’io in un climax quasi claustrofobico. Nella terza parte, tutto è orai cupo e il nuovo, potenziale e ricostruito io, si perde in una massa indistinta, umanità derelitta ormai soggiogata dal potere totalitario.

La messinscena di Longhi è di carattere postmoderno a richiamare la scrittura del Premio Nobel e si adatta a una rilettura puntuale con tanti rimandi a Brecht con lo straniamento: il testo è ovunque e in ogni dove, la parabola involutiva inquietante e premonitoria, è fin troppo attuale. Distrutti gli specchi e la vanità, nessuno riesce più a tollerare la propria immagine riflessa. Distrutto l’io, resta la dispersione di ciascuno nella massificazione di tutti. Favola nera e allegorica dai toni e dal linguaggio euforico e circense, quasi urlato per travolgere lo spettatore, La commedia della vanità secondo Longhi affida al bravissimo Fausto Russo Alesi alla prima collaborazione con il regista i tre ruoli chiavi dell’evoluzione della società permetta da una sottile e ininterrotta vena di erotismo. “L’astinenza da immagine induce al dissolvimento dell’io, ma questo dissolvimento esaspera, per converso, il bisogno di io – aprendo la strada a sbandamenti populistici e autoritaristico-dittatoriali” spiega Longhi nella note di regia. E se Longhi articola al meglio la messinscena in una lunga parabola, quasi quattro ore di spettacolo, di testo di parola impegnativo mettono a dura prova anche il più attento degli spettatori. In scena fino al 9 febbraio al Teatro Argentina di Roma. Info www.teatrodiroma.net.

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